L’IA non incanta i mercati e la corsa ha molte crepe. L’uomo serve ancora

(Marzia Giglioli)

Qualcosa non torna nella corsa all’intelligenza artificiale. L’accelerazione sta bruciando gli utili e per molte Big tech non è un cielo sereno. Il mercato sta diventando più selettivo rispetto all’IA, soprattutto dopo i bilanci delle trimestrali che giungono in questi giorni.

SpaceX, tanto per fare un esempio, ha superato le aspettative degli analisti in termini di fatturato nel suo primo rapporto sugli utili dal debutto in Borsa a giugno. Ha incassato 7,8 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, con un aumento del 92% rispetto allo stesso periodo del 2025. Tuttavia, ha registrato una perdita netta di 541 milioni di dollari e ha dichiarato di aver speso 16 miliardi di dollari in intelligenza artificiale dimostrando che l’IA pesa sul bilancio. E le rivelazioni hanno innervosito gli investitori.

Luci e ombre anche nei bilanci della altre Big Tech che hanno ingaggiato con l’IA una sfida totale. Si guarda ormai all’intelligenza artificiale come arbitro del futuro ma forse ora, con dati piu’ pragmatici (che sono quelli finanziari), si può mettere un pò di ordine nelle caselle e anche nei ragionamenti. Serviva una riflessione logica, finora mancante, legata anche al fronte sempre più critico nato all’interno delle Big Tech che chiede più regole nel condurre questa corsa senza freni.

Ora sono i mercati a indurre ‘a pensare’ e non è un dato marginale. I mercati non hanno né remore, né ambizioni di potere rispetto all’IA, misurano solo se è o non è un buon affare. Puniscono o premiano e non gradiscono le aziende che continuano ad aumentare le spese per le infrastrutture legate all’IA senza calcolare bene la propria esposizione in rapporto alla redditività. Si tratta ora di cogliere un’occasione che sa di futuro più ponderato. In altri termini, il mercato sta dicendo che l’aumento della spesa nella nuova tecnologia può essere ben visto solo se porta benefici economici dimostrati nei numeri, altrimenti sono fini a se stessi.

E’ una lettura logica, che paradossalmente si avvicina ai tanti alert sull’IA, sulla necessità della tecnologia solo se ancorata a un vero sviluppo regolamentato con tutte le declinazioni che ne derivano in ordine a sicurezza, diritti fondamentali globali. In caso contrario, L’IA sareebbe fine a se stessa e il bilancio, come in Borsa, risulterebbe in perdita.

Poi, per fortuna, arrivano anche altri dati che fanno riflettere sulla misura del reale bisogno dell’IA e che dicono che la sostituzione nel lavoro era una narrazione alimentata dagli entusiasmi della Silicon Valley. Oggi le ricerche, almeno negli Stati Uniti, raccontano una storia diversa. La distruzione di occupazione annunciata non si sta materializzando. Anzi, in diversi settori, accade l’opposto e a dirlo è una recente ricerca di Google, proprietaria di Gemini. Molte grandi imprese americane, dopo avere congelato le assunzioni nell’ultimo anno, stanno tornando sul mercato del lavoro tradizionale. Hanno scoperto che l’IA non elimina il bisogno di lavoratori qualificati. servono ancora competenze umane.

Paul Osterman, professore emerito del MIT, osserva che pur non potendo predire il futuro di questa rivoluzione tecnologica, oggi è un errore immaginare l’IA come un sostituto universale dell’uomo. Nella pratica quotidiana sta emergendo un modello diverso. L’uomo serve ancora.

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