(Marco Emanuele *)
Il vertice NATO di Ankara era esistenziale per la stessa alleanza. Ogni riflessione, a nostro parere, va collocata nel quadro più ampio della metamorfosi del mondo. La difesa, nel tempo che viviamo, deve fare i conti con la crescente complessità della situazione internazionale.
Potrà ridefinirsi come integrazione di alleanze regionali, ma la NATO rimane uno dei pilastri dell’impianto strategico del mondo. Si modificheranno, ed è nelle cose, i rapporti di forza tra le due sponde dell’Atlantico: al di là dei modi, che hanno il loro peso, non è da oggi che Washington chiede all’Europa di assumersi maggiori responsabilità, di consolidare la propria autonomia strategica.
Il dibattito sulla difesa deve confrontarsi con la metamorfosi del mondo e, in essa, con la metamoforsi dei rischi e della guerra. Perché i rischi nascono dalla evidente instabilità sistemica e non riguardano solo la presenza dei regimi autoritari: il problema degenerativo esiste ormai nel profondo dei sistemi democratici. I rischi si collegano anche alla policrisi (anzitutto, la crisi climatica) e a tutto ciò che comporta, in termini negativi, l’inarrestabile rivoluzione tecnologica: cyber attacchi, interferenze straniere, misinformazione e disinformazione sono sempre più AI-driven. La guerra ‘sul campo’ è solo una parte del tema: ibrida e cognitiva, nuovi fronti di guerra si aprono continuamente e ridefiniscono un pensiero strategico che deve farsi dinamico nell’incertezza del reale che diventa.
L’innovazione, scrivendo di difesa, non può riguardare solo i sistemi d’arma. Una difesa ‘ampia’, ricongiunta nella complessità, deve andare di pari passo con lo sviluppo, la sicurezza, la giustizia: per la pace. Innovare il paradigma difesa è ciò che occorre fare, dentro e al di là delle discussioni sulla percentuale del PIL, sia per non dipendere da altri che per poter creare le condizioni migliori e necessarie per affrontare i grandi temi sociali (scuola, salute, lavoro, infrastrutture) che ci riguardano tutti, come umanità e come singoli Stati.
Le classi dirigenti, ivi compresi gli intellettuali, hanno la responsabilità di individuare (oltre le leadership) percorsi di sostenibilità sistemica del mondo e dei mondi. Per troppo tempo, almeno dalla caduta del muro di Berlino, molti si sono illusi (e auto-ingannati) che il progresso dovesse procedere linearmente. Alla SIOI, da tempo, la ricerca strategica fa i conti con un mondo ‘smontato’: occorre seguire vie nuove, capendo che nulla tornerà come prima, non solo nella difesa. Servono sguardi nell’oltre, evitando pericolosi richiami di restaurazione.
(*) Consigliere della SIOI per l’Innovazione



