(Marco Emanuele)
Potenti e realistiche, le parole di Papa Leone XIV a Lampedusa ci ricordano che il fenomeno delle migrazioni riguarda tutti: Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità. Lungi dall’evocare società pure e perfette, ben sappiamo che l’umanità è meticcia e che evolve/involve nello scambio profondo e radicale: la nostra umanità è migrante. Essere ‘prossimi’, dunque, è condizione esistenziale e principio di responsabilità storica.
Ha detto il Papa: Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza. Lui «si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,34). Noi abbiamo ugualmente da riconoscere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (Lett. enc. Magnifica humanites, 213). Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si capisce meglio il nostro tempo e ognuno può verificare la direzione della propria vita. «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (ibid., 212). Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.
La metamorfosi del mondo, oltre a riscrivere l’assetto del potere globale e i rapporti di forza, porta l’umanità verso la disumanizzazione: una umanità che, iper-tecnologizzata, rischia di smarrire il suo senso profondo. Su questo punto si apre la grande questione antropologica che Leone XIV ha posto al centro del suo Pontificato. Porre un argine alla disumanizzazione significa sia mediare la logica della forza (quella che prevale nella legge della giungla) che maturare visioni di pace nella sicurezza (bene comune).
E’ la metamorfosi, profondo ‘cambio di stato’ in ciò che conosciamo, a porre la realtà su un piano diverso rispetto al nostro pensiero. Questo ci dice molte cose, a cominciare dal fatto che alcuni fenomeni (come le migrazioni) parlano più di altri, ci mostrano la ‘sostanza’ della prossimità e l’auto-inganno al quale ci condanniamo nel volerci separare in piccole patrie (presunte) pure, dentro società ‘confinate’ e sorde ai richiami di realtà e di civiltà.
Le parole del Papa, con il giustissimo richiamo all’Europa e alle sue responsabilità nel Mediterraneo, si posano in un dibattito ‘malato’ e privo di generatività progettuale. Voler restaurare un’appartenenza certa è semplicemente anti-storico ed è proprio la storia del Mediterraneo (mare sempre più allargato e laboratorio globale) a mostrarcelo: le civiltà sono maturate, con errori e contraddizioni, nel dialogo contaminante e non nel confronto sterile tra sistemi (presunti) perfetti. C’è un grande lavoro da fare perché, nel tempo della metamorfosi, rischiamo che le parole di alcuni (che vorrebbero ridurre la complessità a certezze vuote) corrano talmente veloce nella condizione onlife da diventare paradigmi, esempi da seguire, mischiandosi ai tentativi di chi – testimoni di restaurazione – vorrebbe che la storia negasse la sua direzione nell’oltre.
Va detto, con grande chiarezza, che il fenomeno migratorio deve essere governato anche attraverso regole chiare. La prossimità non è un programma politico ma è l’ingrediente fondamentale per maturare visioni storiche che ci ricongiungano con la realtà-che-diventa. Il male esiste, organizzazioni terroristiche-regimi autocratici e teocratici-democrazie sempre più illiberali, ma non si limita né sconfigge tentando di tornare al mondo di prima. Prossimità è un vento da ascoltare: le onde del Mediterraneo ci raccontano le tragedie di chi ha perduto la vita, la speranza di chi fugge, i dialoghi mancati, l’assenza di politica e la crisi degenerativa delle classi dirigenti. Cambiare via è possibile: occorre riconvertire, insieme, le nostre coscienze e volontà, ponendo in metamoforsi (dunque in ricerca) la nostra consumata idea di realismo.



