(Marco Emanuele)
Siamo nel pieno di una trasformazione/metamorfosi nella discontinuità. I tempi sono difficili per molti versi: crisi di governance e di classi dirigenti, policrisi (anzitutto, la crisi climatica), guerra mondiale ‘a pezzi’. Altrettanto, i tempi sono sfidanti: via rivoluzione tecnologica, vediamo cose inimmaginabili fino a qualche anno fa sia in termini di opportunità che di rischi.
È proprio il medium tecnologico l’elemento che, con altri e più di altri, sta trasformando l’intero impianto della convivenza umana, dallo spazio al profondo dei mari, fin nel profondo della nostra umanità. Disegnare scenari certi è pressoché impossibile perché, rispetto al recente passato, crescono complessità, incertezza ed emergenze. Oltre a questo, si estende la giungla e si moltiplicano i portatori di caos non creativo, di violenza esasperata fin nelle parole. C’è in atto il tentativo di portare indietro l’orologio della storia: ciò che vediamo accadere ogni giorno ci mostra come non basti essere iper-tecnologizzati per diventare pienamente umani. È in atto, possiamo dire, una grande questione antropologica. In sostanza: chi diventiamo ?
Mentre tutto, non da oggi, si trasforma, le classi dirigenti (ivi compresi molti intellettuali) portano avanti un dibattito senza respiro storico, calato in un presente imminente che si nutre, banalmente, di paradigmi superati, ciò che poteva aiutarci a capire (per governare) un mondo che non c’è più: il problema è che la resistenza alla (inarrestabile) trasformazione/metamorfosi può portare effetti catastrofici. Serve guidare il processo verso un quadro di sostenibilità sistemica.
La tesi di questa riflessione, avvio di un ben più ampio lavoro di ricerca, è che il pensiero deve diventare strategico, aprirsi alla complessità del reale e ricongiungersi in essa. Se le tecnologie possono aiutarci a essere di più, ciò che va recuperato è il senso della nostra umanità, mai lineare e in essenza contraddittoria, nel contesto di una visione planetaria come livello minimo necessario.
La riflessione si muove lungo cinque ambiti: morale, culturale, politico, economico, giuridico. Nulla è escluso dalla grande partita che si sta giocando e il campo non è più limitato ad anti-storici confini nazionali. Siamo abbastanza avveduti da sapere che, pur se in crisi, lo strumento Stato nazionale non può essere cancellato con un tratto di penna ma siamo abbastanza realisti da avere consapevolezza che è lo stesso Stato nazionale a poter provocare, com’è accaduto nei momenti più drammatici del ‘900, la degenerazione del nazionalismo con conseguenze a dir poco tragiche.
La grande sfida è tra noi. E sarebbe un errore fatale affrontarla con lo sguardo rivolto all’indietro, cercando le certezze di un tempo: quelle non torneranno. La questione antropologica, metamorfosi di noi in un senso umano da ritrovare, parte dal nostro smarrimento, dal disagio crescente, dalle disuguaglianze, dalla violenza senza limiti che ci riguarda e ci attraversa. Un tema è chiaro: il fatto di essere tecnologicamente avanzatissimi non ci immunizza dal rischio di diventare disumani.



