In metamorfosi

(Marco Emanuele) 

In metamorfosi è il mondo nel quale viviamo, sempre più frammentato e in transizione.

Diventa d’obbligo, per poter leggere ciò che accade, un rinnovato approccio complesso. La metamorfosi è sistemica e ciò che vediamo non deve stupirci: è il risultato – da un lato – della inarrestabile iper-evoluzione tecnologica e – dall’altro lato – di incapacità nel  riflettere strategicamente su ciò che è emerso e che continua a emergere in ogni campo. Avevamo immaginato (soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino), in primis le classi dirigenti (ivi compresi molti intellettuali), che tutto procedesse in maniera lineare, che le linee del progresso andassero avanti come sempre e che, nelle relazioni internazionali, tutto dovesse essere in continuità con il passato. Non è andata così.

L’evidente discontinuità è il dato di questi anni. Se le innovazioni tecnologiche sono spesso considerate, a ragione, come profondamente trasformanti, esse rappresentano solo una parte del quadro d’insieme. Negli ultimi decenni, infatti, abbiamo preparato il campo a una crisi degenerativa complessiva.

La rivoluzione tecnologica agisce, con una potenza e una pervasività mai viste prima, su un impianto di convivenza in metamorfosi e già provato da diversi fattori concomitanti.

Dal punto di vista morale, viviamo una progressiva degenerazione valoriale. I principi fondativi del vivere insieme continuano a perdere generatività e ciò si aggrava nel nostro tentativo di cristallizzarli e mantenerli in purezza per evitare che si contaminino nella realtà. Anziché fare i conti con quest’ultima, e con la nostra responsabilità di ri-creatori in essa, abbiamo continuato a svuotare i valori, quelli che retoricamente consideriamo decisivi per la convivenza, rendendoli armi e utilizzandoli in chiave antagonistica. In tal modo i valori sono  diventati feticci ideologici, dis-valori.

A ben poco servono gli appelli morali, i richiami al dover essere. Mentre, da un lato, siamo chiamati a essere pienamente, occorre comprendere che l’essere umano tecnologizzato vive un senso di umanità più incerto rispetto alle generazioni precedenti, cullato dalle meraviglie tecnologiche e smarrito in una realtà sempre meno gestibile. Qui si collocano le spinte reazionarie, il contrasto alla turbo-modernità: serve, invece, un ritorno ai valori nelle dinamiche della realtà-che-diventa.

In termini culturali, la questione di fondo è identitaria. Chiusi (comodamente e pericolosamente) in una gabbia di presente imminente, non riusciamo a pensarci se non nei termini del ‘chi siamo ora’. Tutto questo, aggravato nella condizione onlife (non più solo online e non più solo offline), radicalizza le identità: come per i valori, le svuota, cristallizzandole in una sorta di (innaturale) purezza originaria. Come se l’identità fosse un dato chiuso e pre-determinabile, non un qualcosa in movimento, sempre in ripensamento.

Le identità radicalizzate cercano il centro della scena, l’affermazione di un sé al contempo imminente, eterno e dominante. Così interpretate, le identità servono a combattere battaglie di retroguardia e le tecnologie (o meglio, coloro che ne tirano le fila e che vorrebbero ricavarne visioni di civilizzazione) rischiano di dare spazio agli istinti peggiori che, nell’unica realtà onlife, diventano fatto sociale ‘uscendo’ da ciò che ancora chiamiamo virtuale.

Sono le identità radicalizzate a ‘violentare’ il linguaggio, rafforzando il pensiero antagonista (nell’assenza di pensiero critico) e introducendo la legge della giungla fin dalle parole che utilizziamo. Nella sfera onlife – senza generalizzare – si vede ben poco scambio, tanto meno dialogo, ma semplicistica imposizione reciproca di posizioni di parte.

In chiave politica, ciò che risulta chiaro è l’incapacità di praticare mediazioni nell’incapacità di maturare visioni storiche. Se vi sono visioni in campo, in alcuni casi portate dai ‘padroni’ delle tecnologie che vorrebbero imporre una tecno-civilizzazione (in alcuni casi travestita da fragile teologia a fini di deregolamentazione e di profitto), ciò che manca è un pensare/agire politico in termini umano-planetari. Si tratta di aprire un nuovo fronte di riflessione laddove il paradigma politico che conoscevamo si è esaurito e la transizione che viviamo ci impone altre prospettive.

La politica degenera, perché svuotata, ed è ‘utilizzata’ da altri poteri. La metamorfosi del potere è elemento decisivo in quella sistemica qui descritta. Chi ha potere, come e dove lo esercita ? Serve interrogarsi sulla natura, sulle forme e sui luoghi del potere. Solo così si potrà capire l’esaurimento del (vecchio) paradigma politico, la sua strategicità e la necessità di rifondarlo nell’oltre che già ci appartiene.

Dal punto di vista economico, con l’avanzare della rivoluzione tecnologica, soggetti globali come le Big Tech dettano regole che, se confermano antiche contrapposizioni tra concentrazione e redistribuzione di ricchezza e tra Stato e mercato, pongono altre questioni. Da un lato le diseguaglianze crescenti tra poveri, ricchi e super-ricchi e, dall’altro lato, il ripensamento dello sviluppo (qualitativo) oltre la crescita (solo quantitativa).

Infine, guardando alle regole, soprattutto la rivoluzione tecnologica mette in evidenza il rapporto tra regolamentazione (che non sacrifichi l’innovazione) e deregolamentazione ‘predicata’. Il tutto nel contesto di una governance globale dei processi storici che deve legarsi all’approccio multilaterale: eroso, nel tempo dei crescenti ritorni alle piccole (più o meno) patrie, occorre ribadire l’importanza di un multilateralismo efficace per l’era planetaria.

In sintesi, i paradigmi morale, culturale, politico, economico e giuridico diventano ‘altro’ nel tempo del mondo-in-metamorfosi. Capirlo è compito delle classi dirigenti, tenuto conto della grande questione antropologica che ci riguarda come umanità.

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