(Marco Emanuele)
Le cronache geopolitiche ci offrono, ogni giorno, l’evidenza di una progressiva de-generazione della situazione internazionale. De-generazione significa perdita di generatività, incapacità degli attuali meccanismi di governance dei processi storici di operare in chiave progettuale, mediando i rapporti di forza e gli interessi particolari in un trasformante quadro integrato d’insieme (stante la fase storica di trasformazione nella discontinuità). Viviamo una situazione di crescente complessità, caratterizzata dal continuo affermarsi – nei diversi quadranti geografici – di emergenze non governate.
Se le emergenze sono caratteristiche dei sistemi complessi, dunque non rappresentano una novità, il problema di fondo è il loro non governo: vi è un approccio ancora sostanzialmente lineare che esaspera il confronto muscolare, assolutizzandolo. Il risultato è l’assenza di dialogo sostanziale, la sovrapposizione tra mediazione e compromesso, l’esplosione della violenza sociale e politica, l’elevazione oltre misura del livello di sicurezza e di difesa, la crescita delle diseguaglianze, la poca attenzione – ai vari livelli – alla cultura delle regole.
Va chiarito che molte delle sfide da affrontare non nascono oggi e non sono imputabili solo alle attuali classi dirigenti. Negli ultimi decenni, infatti, non si è lavorato a immaginare paradigmi culturali e operativi adeguati ai tempi. Molti intellettuali, anche con intelligenza, si sono limitati a fotografare l’esistente, giustamente criticandolo ma senza attenzione nell’oltre, senza calarsi nelle infinite complessità delle tante trasformazioni in atto. In particolare, l’attuale rivoluzione tecnologica è stata considerata come le altre riivoluzioni avvenute nella storia dell’umanità: le tecnologie dirompenti, dall’intelligenza artificiale di frontiera alla quantistica, ci dicono che non è così.
Serve, invece, intelligenza visionaria nel contesto di una rinnovata filosofia della storia. L’umanità, e in essa ciascuno di noi, ha in sé gli strumenti per darsi un metodo, tante volte evocato da Edgar Morin, che permetta di navigare nelle correnti dell’incertezza. L’intelligenza visionaria è la nostra dotazione: essa è integrazione complessa delle dinamiche spirituale, relazionale, connettiva, planetaria. Solo questa integrazione può permetterci di essere strategicamente intelligenti, soggetti di storia e non soggetti a essa.
E’ molto fragile la convinzione che l’attuale sistema (frammentato) di governance globale sia in grado di auto-riformarsi. E’ molto più plausibile, in un lavoro continuo di analisi delle dinamiche sistemiche di evoluzione/involuzione. promuovere continue occasioni di costruzione umana fondate sulla re-istituzione di un progetto di civiltà il più possibile condiviso. Occorre studiare, entrare nel merito di ciò che accade, lavorare criticamente (non antagonisticamente), radicalmente e profondamente per nuovi paradigmi, definendo insieme i contorni di chi diventiamo come ‘agenti’ umano-planetari.
(English Version)
Geopolitical chronicles offer us, every day, evidence of a progressive de-generation of the international situation. De-generation means the loss of generativity — the inability of current governance mechanisms to manage historical processes in a forward-looking way, mediating power dynamics and particular interests within a transformative, integrated framework (given the historical phase of transformation through discontinuity). We are living through a situation of growing complexity, characterised by continuous ungoverned emergencies — across different geographic quadrants.
If emergencies are characteristic of complex systems and therefore nothing new, the underlying problem is their lack of governance: there remains a still fundamentally linear approach that exacerbates muscular confrontation, turning it into an absolute. The result is the absence of substantive dialogue, the conflation of mediation with compromise, the explosion of social and political violence, the disproportionate escalation of security and defence postures, growing inequality, and scant attention — at every level — to a culture of rules.
It must be made clear that many of the challenges we face did not emerge today and cannot be attributed solely to current ruling classes. Over recent decades, no real effort was made to envision cultural and operational paradigms adequate to the times. Many intellectuals, even gifted ones, confined themselves to photographing the existing reality — rightly criticising it, but without looking beyond, without immersing themselves in the infinite complexities of the many transformations underway. In particular, the current technological revolution has been treated like the other revolutions in human history: yet disruptive technologies — from frontier artificial intelligence to quantum computing — tell us clearly that it is not.
What is needed instead is visionary intelligence within the context of a renewed philosophy of history. Humanity, and each of us within it, carries the tools to develop a method — so often invoked by Edgar Morin — that allows us to navigate the currents of uncertainty. Visionary intelligence is our endowment: it is the complex integration of spiritual, relational, connective, and planetary dynamics. Only this integration can allow us to be strategically intelligent — subjects of history, not subject to it.
The belief that the current (fragmented) system of global governance is capable of self-reform is very fragile. Far more plausible, through continuous analysis of the systemic dynamics of evolution and involution, is to foster ongoing opportunities for human construction grounded in the re-institution of a civilisational project that is as widely shared as possible. We must study, engage with the substance of what is happening, and work critically — not antagonistically — radically and deeply toward new paradigms, defining together the contours of who we are becoming as human-planetary ‘agents.’



