Anatomia del potere – La polarizzazione come vaccino contro la partecipazione reale

(Girolamo Boffa)

La polarizzazione non uccide la contesa. La sostituisce con qualcosa che le assomiglia.

Un simulacro di parlamento, gruppi compatti, interventi già scritti, risultato già noto. Il dibattito si svolge, ma non decide nulla — è già stato deciso altrove, prima, tra pochi. Eppure la forma è rispettata: si parla, ci si scontra, si urla anche. La contesa c’è, ma ha smesso di essere uno strumento — è diventato uno scenario.

La polarizzazione funziona come un vaccino: inocula una forma di conflitto per immunizzare dalla contesa costruttiva; tiene occupato lo spazio della politica senza lasciare che vi accada qualcosa di produttivo.

E come ogni vaccino efficace, agisce senza che chi lo riceve se ne accorga.

La contesa politica ha una struttura precisa: riguarda questioni determinate, si svolge in uno spazio comune, produce decisioni che vincolano tutti. Il conflitto polarizzato ha una struttura diversa: riguarda appartenenze, si svolge in spazi separati, non produce decisioni ma conferme.

Nel primo, il nemico è l’avversario su cui si deve avere ragione — e per averla si deve argomentare; nel secondo, il nemico è il diverso la cui esistenza fonda la propria identità — non serve altro.

La differenza non è di grado, ma di natura: la contesa – anche aspra – consuma energie per produrre qualcosa — una decisione, una legge, un cambiamento; il conflitto polarizzato consuma energie solo per alimentare sé stesso.

Lo scontro polarizzato — di posizione, senza effetti e senza responsabilità — è la via d’uscita dalla fatica della partecipazione reale: quella che richiede di confrontarsi con la complessità, di accettare l’incertezza, di essere disposti a cambiare posizione.

La soluzione è sostituire la complessità con l’appartenenza, l’incertezza con l’identità, il rischio del confronto con la protezione della tribù.

È perfettamente razionale, perché minimizza il costo della partecipazione mantenendone la sensazione.

Ed è qui che il centro si svuota, non perché le posizioni moderate siano sbagliate, ma perché chi le tiene non regge il clima: chi vuole parlarsi ed ascoltarsi – non urlarsi e sentirsi – si ritira.

Non abbandona le proprie idee — abbandona l’arena.

E quando chi vuole argomentare si autoesclude, restano le ali: i più esagitati, i più fedeli, i più pronti a rispondere al volume con il volume.

La polarizzazione non fotografa la società — la seleziona.

E la svuota del suo cuore.

La prima vittima di questa selezione è la complessità che viene “semplicizzata”: la semplificazione rimane scelta retorica legittima quando riduce la complessità per renderla comunicabile senza tradirla. Il “semplicismo” ha uno spirito diverso: elimina la complessità perché il sistema polarizzato e polarizzante non la tollera, la teme.

La complessità introduce dubbio, e il dubbio frantuma le tribù.

Ma la polarizzazione non si autoalimenta soltanto – viene voluta e difesa – non da un unico regista, ma da una costellazione di attori che traggono vantaggio strutturale dalla sua esistenza: il politico che vive del nemico, l’algoritmo che premia l’indignazione, il sistema mediatico che monetizza lo scontro per lo scontro.

Nessuno di questi ha interesse a ridurla.

Si innesca, così, un meccanismo a spirale nel quale il politico urla, la tribù risponde, il politico deve urlare più forte per mantenere la leadership e la tribù si aspetta un volume ancora più alto.

Diventa una gara al rialzo che nessuno ha indetto e che a un certo punto nessuno può più fermare dall’interno — perché chi abbassa la voce perde: i decibel diventano il linguaggio, e chi non li padroneggia viene espulso dal campo.

La partecipazione reale diminuisce da entrambi i lati: chi pratica il dialogo si autoesclude, chi si polarizza non partecipa, appartiene.

Il campo si restringe, il volume aumenta, la politica si svuota — e la polarizzazione ha compiuto il suo lavoro.

Ridurre la polarizzazione non è una questione di tono — è una questione di struttura. Finché gli spazi in cui si svolge la contesa – competizioni elettorali, media, comunità digitale – premiano l’intensità sull’argomentazione, l’appartenenza sul merito, la visibilità sulla responsabilità, la polarizzazione non è un eccesso da correggere: è l’esito razionale di incentivi razionali.

L’obiettivo non è abbassare la temperatura, ma restituire alla contesa la sua funzione produttiva.

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