Anatomia del potere. Democrazia tensionale

(Girolamo Boffa)

La democrazia non è una conquista da preservare. È un movimento da mantenere.

La democrazia non è logorata dai colpi dei suoi nemici, ma dal silenzio dei suoi amici.

Le minacce esterne — l’autoritarismo, la guerra, la repressione aperta — compattano, rafforzano, riattivano: chi è attaccato da fuori si riconosce, si organizza, resiste. La storia lo dimostra ogni volta: le democrazie che sono sopravvissute alle dittature, alle occupazioni, alle guerre, lo hanno fatto perché la minaccia esterna aveva reso visibile ciò che normalmente resta invisibile: il valore di quello che si rischiava di perdere.

Il pericolo vero, lento, silenzioso non arriva con il volto del nemico — arriva con il volto dell’ordinario. Non è un assalto, è un’erosione; non si dichiara, si accumula e quando diventa visibile, è già tardi.

I meccanismi dell’erosione democratica non sono eccezioni al funzionamento normale della democrazia moderna. La democrazia è un sistema tensionale, vive del movimento: come l’acqua che scorre si rigenera e dà vita, quella che si ferma si infetta e si corrompe.

La democrazia che mantiene la propria tensione — nel conflitto, nella partecipazione, nella responsabilità reciproca — si rinnova; quella che rallenta si ingessa, lentamente, senza che nessuno la dichiari morta.

Ed è in questo che si rivela la sua natura più profonda: la convivenza permanente del massimo potenziale e del meccanismo della propria autodistruzione — non due aspetti separabili, ma la stessa realtà nella sua interezza, la stessa struttura che può esaltarsi o implodere a seconda che il movimento venga alimentato o abbandonato.

Il potere che si scherma, il cittadino che si ritira, il mondo comune che si trasforma in arena non sono tre problemi distinti da risolvere separatamente, ma tre manifestazioni della stessa essenza — tre modi in cui un sistema tensionale rallenta, perde movimento, si avvicina alla stasi.

E come ogni sistema complesso che si avvicina alla stasi, non collassa.

Si cristallizza.

Trova un nuovo equilibrio — più basso, più povero, più gestibile.

Un equilibrio in cui il potere è esibito ma non esercitato, la gente esiste senza cittadini, il mondo comune è affollato ma non vissuto.

Continua a produrre elezioni, procedure, formalità, riti. Continua ad avere il volto della democrazia, ma ha perso la tensione che la rendeva viva — e senza quella tensione è solo la forma di qualcosa che non c’è più.

La normalizzazione, in un sistema tensionale, non è un sintomo. È già la malattia.

La democrazia non chiede di essere salvata, chiede di essere esercitata.

Non è un trofeo da preservare in una teca — è una pratica, che esiste solo nel momento in cui accade e, se non accade, non decade: si sclerotizza.

Il suo movimento non si recupera dall’esterno, non arriva con una riforma, con una legge, con un sistema elettorale migliore.

Arriva — se arriva — da una spinta interna; da qualcosa che nessuna istituzione può produrre per decreto e nessun potere può concedere per interesse.

Ogni sistema tensionale ha bisogno di una forza che mantenga vivo il movimento, perché senza di essa la tensione cade ed il sistema si decompone.

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