L’Anima Computabile nel Silenzio

(David Haznedari) 

Nello spazio che intercorre tra una parola e la sua negazione, nel silenzio, c’è l’anima. È in questa dimensione liminale ed esitante che risiede il potenziale umano, nel vuoto fertile in cui il pensiero non è ancora forma ma contiene in sé ogni traiettoria possibile. Su un piano superiore, è lo stesso spazio che intercorre tra una preghiera (o un sogno) e la sua attuazione nella provvidenza: la forza cinetica dello Spirito Santo che fa da ponte tra la volontà e la sua manifestazione. Eppure, oggi, questo spazio è divenuto l’alveo del campo di battaglia della transizione tecnologica nella sistematica ingegnerizzazione dell’animo umano.

Nel silenzio in cui l’uomo era solito forgiare il proprio pensiero, si è insinuata la metrica del calcolo. Osservando cosa accade materialmente nel “cervello” di queste macchine ci accorgiamo che: quando un’Intelligenza Artificiale elabora una risposta valuta un’infinita lista di possibili parole successive, assegnando a ciascuna un punteggio di probabilità, chiamato logit. Dunque quello spazio di esitazione che per noi è l’anima, per la macchina è solo un enorme foglio di calcolo probabilistico. (1)

Lo studio recente su OpenReview in merito alla correzione bayesiana dei logits svela proprio come avvenga la manipolazione di questo spazio. Per mezzo dell’ “inferenza” scatta il bisturi invisibile che i ricercatori hanno impiantato nel modello, una frazione di millisecondo prima che la parola venga generata, applicando un correttore matematico invisibile che abbassa drasticamente il punteggio delle parole ritenute non allineate, e alza artificialmente quello delle risposte neutre e rassicuranti: quindi applicano una censura statistica alla radice del linguaggio per simulare un’etica plausibile (invece di “insegnare” un’etica alla macchina). È il tentativo di costruire un’anima artificiale sterilizzata, castrata, priva di rischio. Ma a quale umanità appartiene quest’anima pre-calcolata? La risposta ci giunge dai laboratori di Harvard (Which Humans?). Parrebbe infatti dallo studio che i modelli di linguaggio riflettono l’egemonia culturale e statistica delle popolazioni cosiddette “WEIRD” (occidentali, istruite, industrializzate, ricche e democratiche). L’anima computabile è di fatto un’ideologia, ma viene mascherata da obiettività matematica. (2)

Se la diplomazia è sempre stata lo strumento umano etico per colmare lo spazio tra il sogno di uno Stato e la sua attuazione storica (una sorta di provvidenza geopolitica) oggi l’orizzonte si oscura. Studi come UNSC-Bench, presentato ad ACL 2026, mostrano la volontà di addestrare i modelli a prevedere, e finanche simulare, i voti e le dinamiche del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. De-legando la complessità diplomatica alla simulazione algoritmica gli Stati possono efficientemente non interrogare più la Storia ma l’Oracolo.

In questo scenario, emerge con prepotenza un parallelismo antico, descritto nella figura del prete da Nietzsche. Il filosofo tedesco vedeva nel prete colui che, di fronte a un “gregge malato” e terrorizzato dal caos dell’esistenza, offriva la salvezza al prezzo della rinuncia alla propria volontà di potenza. Il nuovo clero tecnologico non impone però l’algoritmo con la forza, ma astutamente lo offre come cura contro la fatica del pensiero.  (3)

Nel Novecento, l’analista scavalca il prete nel postmoderno, operando nel confessionale laico, ma mantenendo, con la sua presenza fisica, lo stesso attrito. L’alterità dell’analista obbliga(va) il paziente al rischio della relazione. L’AI contemporanea, invece, elide l’essere umano sfruttando l’intimità assoluta e abissale (poiché immersiva) dello schermo. Lo schermo satura in pochi secondi quello “spazio tra la parola e la sua negazione”, fornendo risposte statisticamente compiacenti e asettiche. Assolve senza giudizio e cura l’ansia isolando l’individuo dal mondo e annullando definitivamente la sua capacità di sostare nel silenzio.

I poeti, storicamente, servono proprio nell’ideazione, per portare il fuoco di Prometeo dopo un rischio autoimposto. Pensare, creare ed immaginare mondi nuovi richiede la fatica di spingersi nell’ignoto e di sfidare la stasi. È un azzardo doloroso ma necessario per sormontare analiticamente la velocità del cambiamento e le minacce che esso porta con sé. Se abdichiamo a questo rischio autoimposto, se lasciamo che lo schermo assorba la nostra esitazione, se non nascono più poeti: bisogna – positivamente – arrendersi al post-umano.

Latest articles

Related articles