Alla ricerca di altri paradigmi strategici / In search of other strategic paradigms

(Marco Emanuele)

Il mondo che viviamo, con alcune dinamiche antiche che riguardano l’eterna presenza del ‘male’ nella storia (appartiene alla nostra natura umana), è conseguenza di decenni di miopia strategica. Non abbiamo voluto vedere che tutto si stava trasformando (non stava solo cambiando), soprattutto via rivoluzione tecnologica, e abbiamo abdicato (in particolare le classi dirigenti) nell’immaginare visioni di governance nel tempo della trasformazione nella discontinuità. Alcuni di coloro che oggi governano i processi storici si sono affermati a seguito di una oggettiva de-generazione (assenza di generatività) della capacità politica: è proprio dalla progressione erosione del paradigma politico che discende l’attuale situazione, del tutto calata in una insostenibile legge della giungla. Il mondo è frammentato, val bene ripeterlo, e immerso in una policrisi che è integrazione di tante crisi che si presentano davanti a noi come ‘unicum’ di minacce crescenti.

Non è colpa della crescente complessità del reale, ma della nostra incapacità di comprenderla e studiarla, se oggi ci troviamo disorientati. Molti analisti e intellettuali si limitano a fotografare l’esistente, come se l’attuale situazione internazionale potesse ancora essere interpretata secondo linearità e causalità. Alcuni parlano di imperi che si confrontano, di scontro fra civiltà ma il tema – a nostro modesto avviso – è ben più profondo: come ridefiniamo le parole-chiave che hanno caratterizzato il dibattito pubblico fino a pochi decenni fa ? Cosa significa oggi, nell’accelerazione quantistica e nella insicurezza strutturale e sistemica, parlare di pace, guerra, giustizia, sviluppo, sicurezza ? Come si ridefiniscono, geopoliticamente parlando, le sfere d’influenza e – qualora abbiano ancora senso – cosa diventano ? Stiamo andando verso un altro ordine internazionale, preso atto che il precedente è stato travolto e seppellito dalla velocità e radicalità delle dinamiche storiche ?

A voler essere realisti, e intellettualmente onesti, il gioco del ‘cercare colpe’ contro rappresentanti della parte politica avversa è infantile e fastidioso (da chiunque provenga): perché le categorie politiche del passato (destra, sinistra, conservatori, progressisti) sono del tutto consumate: nel tempo che viviamo, tali categorie sono solo un modo per raccogliere stralci di consenso in un quadro di democrazie ‘svuotate’, dove prevalgono apatia e astensionismo. Crediamo nella democrazia sostanziale e siamo convinti che essa sia sotto attacco da parte di sistemi autocratici e/o teocratici ma il problema rimane: la debolezza dell’esperienza democratica nasce, molto spesso, al suo interno.

Le sfide sono ormai planetarie, ci comprendono e ci superano. Se ogni identità va salvaguardata come parte originale e irrinunciabile del mosaico umano, la radicalizzazione identitaria serve proprio a erodere l’identità stessa: così accade, sempre di più, che per salvare la propria identità si elevi oltre misura la propria inesistente centralità strategica, in pressoché totale assenza di limite.

La riflessione continua …

(English version) 

The world we live in, with certain age-old dynamics tied to the eternal presence of “evil” in history (it belongs to our human nature), is the consequence of decades of strategic myopia. We refused to see that everything was being transformed (not merely changing), especially through the technological revolution, and we abdicated—particularly the ruling classes—from imagining visions of governance for a time of transformation amid discontinuity. Some of those who today steer historical processes rose to prominence following an objective de-generation (an absence of generativity) of political capacity: it is precisely from the progressive erosion of the political paradigm that the current situation descends, wholly sunk into an unsustainable law of the jungle. The world is fragmented—it bears repeating—and immersed in a polycrisis that integrates many crises which present themselves before us as a unicum of mounting threats.

It is not the fault of reality’s growing complexity, but of our inability to comprehend and study it, that we now find ourselves disoriented. Many analysts and intellectuals are content to take snapshots of what exists, as if the current international situation could still be read through linearity and causality. Some speak of confronting empires, of a clash of civilizations, but the issue—in our modest view—is far deeper: how do we redefine the key words that shaped the public debate until just a few decades ago? What does it mean today, amid quantum acceleration and structural, systemic insecurity, to speak of peace, war, justice, development, security? How are spheres of influence, geopolitically speaking, to be redefined—and if they still make sense at all, what do they become? Are we moving toward another international order, acknowledging that the previous one has been overwhelmed and buried by the speed and radicality of historical dynamics?

To be realistic—and intellectually honest—the game of “assigning blame” to representatives of the opposing political side is childish and irritating (whoever engages in it): because the political categories of the past (right, left, conservatives, progressives) are utterly spent. In the time we inhabit, such categories are merely ways to gather scraps of consent within a framework of “hollowed-out” democracies, where apathy and abstention prevail. We believe in substantive democracy and are convinced it is under attack by autocratic and/or theocratic systems, yet the problem remains: the weakness of the democratic experience very often arises from within it.

The challenges are now planetary, they include us and surpass us. If every identity must be safeguarded as an original and indispensable part of the human mosaic, identity radicalization serves precisely to erode identity itself: thus it happens, increasingly, that to save one’s identity one inflates, beyond all measure, a nonexistent strategic centrality, in the near-total absence of limits.

The reflection continues…

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