(Marco Emanuele)
Cambia pelle. Metamorfosi del mondo in progress, lo spettacolo tragico è, ancora una volta, sui corpi. Sfollati a centinaia di migliaia, bambini uccisi, comunità umane prigioniere dell’insicurezza. I leader, attori consumati in un risiko infantile, recitano copioni scritti in un linguaggio vecchio: navigatori nel male banale.
Mentre si afferma sempre di più l’urgenza di diplomazia degna di questo nome, pochi riflettono nell’oltre che già ci percorre. La guerra popola le cronache, analisi si rincorrono sull’attribuzione di crimini efferati, anti-semitismo e islamofobia si tengono per mano in un pericolosissimo circolo vizioso.
Sotto la superficie di ciò che vediamo, però, scorre silenzioso il ruscello delle possibilità. Nella rivoluzione tecnologica, dal linguaggio alle scelte strategiche, si forma senza sosta il tempo nuovo. Ogni metamorfosi è passaggio di stato: anche questo momento storico è così. Ma è certamente faticoso capirlo.
Oltre il tragico teatro, si apre il palcoscenico della re-istituzione strategica di un quadro d’insieme innovativo: la sfida è nelle nostre mani e si chiama responsabilità. Il pensiero fa la differenza. Re-istituire significa, prima di tutto, planetarizzare il nostro destino, ritrovarci inevitabilmente globali, accogliere ogni grido di umanità che oggi sentiamo lontano, ricongiungere destino umano e destino ambientale, ripensare lo sviluppo, ritrovare punti di contatto tra differenti.
Il mondo che verrà è già qui, sotto i nostri passi pesanti, al di là delle nostre artiglierie e degli algoritmi-soldati. Senso umano è richiesto: di mediazione, di visione, per processi storici che prendano atto che l’evidenza del presente imminente rappresenta la fine del mondo che conoscevamo, colpo di coda di un ordine morente. Tempo nuovo è in noi, coscienza storica.
(English Version)
Changing skin. Metamorphosis of the world in progress, the tragic spectacle is, once again, about bodies. Hundreds of thousands displaced, children killed, human communities prisoners of insecurity. Leaders, actors consumed in a childish risiko, recite scripts written in an old language: navigators in banal evil.
While the urgency of diplomacy worthy of the name is increasingly affirmed, few reflect on the beyond that already runs through us. War fills the news, analyses chase each other on the attribution of heinous crimes, anti-Semitism and Islamophobia go hand in hand in a dangerous vicious circle.
Beneath the surface of what we see, however, the stream of possibilities flows silently. In the technological revolution, from language to strategic choices, a new era is constantly taking shape. Every metamorphosis is a transition: this historical moment is no exception. But it is certainly difficult to understand.
Beyond the tragic theatre, the stage is set for the strategic re-establishment of an innovative overall framework: the challenge is in our hands and it is called responsibility. Thought makes the difference. Re-establishing means, first and foremost, globalising our destiny, inevitably finding ourselves global, welcoming every cry of humanity that we hear from afar today, reuniting human destiny and environmental one, rethinking development, finding points of contact between different people.
The world to come is already here, beneath our heavy footsteps, beyond our artillery and soldier-algorithms. Human sense is required: mediation, vision, for historical processes that acknowledge that the evidence of the imminent present represents the end of the world we knew, the last gasp of a dying order. A new time is within us, historical consciousness.



