(Marco Emanuele)
Il silenzio ‘della’ guerra non basta. Non è pace.
Pensiamo alla pace come sostanza storica, processo mai raggiungibile, per questo da condividere. Serve silenzio ‘dalla’ guerra. Ciò che sta accadendo nel già martoriato Medio Oriente, senza dimenticare gli altri tanti (troppi) fronti di guerra, fa piangere il Dio dell’amore, portatore di pace. Dov’è Dio ? Non certamente, ci si consenta, nell’ispirare leader pronti a distruggere. Dio non indica bombe e morte ma cerca di ricongiungere, di portare dialogo, di recuperare la profondità spirituale e umana della nostra ragione malata. Evocare Dio per la guerra è rumore inascoltabile, tradimento.
Il silenzio, già scrivevamo, non è assenza di parola ma essenza della parola stessa. Il silenzio, così inteso, è già visione. Nel silenzio si forma la relazione, ciò che chiamiamo dialogo, e non c’è vittoria, competizione esasperata, scatenamento dell’inferno. Il silenzio ‘dalla’ guerra è presa di distanza dal dominio, dalla violenza, dal male banale. Oltre alla relazione, nel silenzio si forma il principio di una libertà virtuosa, quella che ci vincola l’uno all’altro, differenti – anche divergenti – ma integrabili. Il male esiste e vive anzitutto in ogni espressione di disprezzo e oltraggio, da chiunque provenga: i combattimenti sono una conseguenza.
Le parti in causa nella guerra in Medio Oriente non conoscono il silenzio. Si rincorrono impotenze distruttrici e le conseguenze si materializzeranno, negli anni a venire, nella crescente impraticabilità del dialogo. Oggi, nel tempo dell’accelerazione quantistica, avere visione significa tornare al destino planetario che tutti accomuna, continuamente mediando nell’unico spazio-tempo. Dio non chiede legge della giungla: se i combattenti non comprendono, spetta a noi, spettatori mai inermi, di accogliere l’oltre, al di là delle macerie.
(English Version)
The silence “of” war is not enough. It is not peace.
We think of peace as a historical substance, a process that can never be achieved, and therefore must be shared. We need silence “from” war. What is happening in the already tormented Middle East, not to mention the many (too many) other war fronts, makes the God of love, the bringer of peace, weep. Where is God? Certainly not, if we may say so, in inspiring leaders who are ready to destroy. God does not point to bombs and death but seeks to reunite, to bring dialogue, to recover the spiritual and human depth of our sick reason. Invoking God for war is unlistenable noise, betrayal.
Silence, as we have already written, is not the absence of words but the essence of words themselves. Silence, understood in this way, is already vision. In silence, relationships are formed, what we call dialogue, and there is no victory, no exasperated competition, no unleashing of hell. Silence “from” war is distancing oneself from domination, violence, banal evil. In addition to relationships, silence forms the principle of virtuous freedom, the kind that binds us to one another, different – even divergent – but integrable. Evil exists and lives above all in every expression of contempt and outrage, whoever it comes from: fighting is a consequence.
The parties involved in the war in the Middle East do not know silence. Destructive impotence chases itself, and the consequences will materialise in the years to come in the growing impracticability of dialogue. Today, in this age of quantum acceleration, having vision means returning to the planetary destiny that unites us all, continually mediating in the one space-time. God does not demand the law of the jungle: if the combatants do not understand, it is up to us, spectators who are never helpless, to welcome the beyond, beyond the rubble.



