La guerra è impotente

(Marco Emanuele)

Con riferimento all’attacco all’Iran, continueremo a seguire gli eventi. Cronaca di una guerra annunciata, l’attacco non ci sorprende. Evidentemente altre ragioni hanno prevalso sulla continuazione del dialogo. Almeno in questa fase.

Ogni guerra, nel tempo del potere fluido, impressiona per le conseguenze immediate e per i possibili impatti a livello regionale e globale. A chi scrive impressiona maggiormente la scelta della guerra massiccia e crescente, come ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti. E’ vera dimostrazione di potenza ? La domanda non viene da un classico analista geopolitico: occorrerà chiarire gli obiettivi strategici.

Evidentemente retorica, la domanda ha risposta obbligata. La potenza, nel tempo che viviamo, non è nei bombardamenti. E’, anzitutto, nella comprensione della complessità dei contesti con i quali si ha a che fare. La cultura democratica, evidentemente in crisi de-generativa, dovrebbe insegnare alle classi dirigenti che mediazione e dialogo sono prime scelte. Crederci non è fatto superficiale, soprattutto in aree come il Medio Oriente e il Mediterraneo ‘allargato’, sempre più fragili e, per ragioni ed esterne, dalle infinite dinamiche concomitanti.

Oltre allo strumento della guerra, la generazione di instabilità e violenza diffuse non è una novità. Il mondo attuale, come l’abbiamo creato per responsabilità collettiva, vive in una instabilità sistemica ormai conclamata. L’esasperazione di ogni conflitto e l’inizio di nuove guerre (non si dimentichi il teatro tra Afghanistan e Pakistan) non fanno altro che alimentare radicalizzazione nelle posizioni contrapposte, elevare il livello del male, far vincere il buio.

Scegliere la guerra ferma ogni processo evolutivo facendo prevalere le spinte contrarie che pur appartengono all’evoluzione stessa. Ogni guerra, anche ‘giusta’ nei suoi fini, eleva la barbarie di chi non aspetta altro che alimentare la legge della giungla. L’ordine globale che si vorrebbe imporre non può passare dalla guerra: servono parole chiare di nuovo realismo, di pace sostanziale, di alta mediazione, di dialoghi profondi. Il resto è solo banalità del male e, per rispondere alla domanda retorica, evidente impotenza.

 

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