(Marzia Giglioli)
Le mediazioni ed il dialogo devono fare i conti con la realtà nuda e cruda dei conflitti e con la mente di chi li decide.
Una tregua in Iran per due settimane e lo slittamento dell’ultimatum di Trump sono una notizia importante. Altro non cambia: la guerra resta senza limiti, da una parte il presidente americano che minaccia “la fine di una civiltà se gli iraniani non riapriranno Hormuz”, dall’altra gli ayatollah che annunciano che schiereranno civili, donne e bambini, intorno alle centrali minacciate dai raid americani.
Eppure, nelle crociate del nuovo millennio, tutti parlano di Dio per maledire i nemici, per considerarlo vicino “a chi ha ragione”, per evocarlo nel rigenerare equilibri politici e sociali che si considerano perduti.
Sembra davvero che ci sia un dio diverso per ognuno e lo si invoca per mescolarlo in questo intrecciarsi di violenze. Ma il dio della guerra non esiste, non è con nessuno che combatte per imporre supremazie, che si tratti di quella politica, di quella economica o di quella religiosa. E, come non c’è un dio della guerra, non c’è un dio del potere e della sopraffazione.
L’Europa del ‘900 lo sa bene, avendo storicamente già pagato il suo prezzo per un dio sbandierato come giustificazione di atrocità e genocidi: Hannah Arendt scriveva dei totalitarismi come ‘religione politica’.
Ancora nel nuovo millennio, il dio che si vede sempre più “materializzarsi” è quello della teologia politica, che entra laddove la politica ha perso ogni etica, dove i codici saltano, dove il diritto dell’uomo e dei paesi viene distrutto in nome di (presunte) “giuste rivendicazioni” per garantire la difesa anche dei principi etici, mentre per salvarli li si infrangono. Non ci sono più limiti.
Non è religione, è frantumazione dei principi, per costruirne altri fittizi, usando il “nome di dio”. E’ sopraffazione violenta, quella che ripete gli stessi schemi sui quali si costruiscono anche gli algoritmi per portare un’idea a essere condivisa, sfruttando le tendenze prevalenti, utilizzate per la manipolazione.
Viviamo il rischio della nuova religione della tecnologia, quella dell’intelligenza artificiale che vorrebbe, e forse potrebbe, superare l’uomo e le coscienze e che, in guerra, può prendere la forma di armi autonome, cancellando ogni limite.
Si fa strada, in tutto questo, un finto umanesimo del nuovo millennio, l’idea che sia necessario un credo mistico per giustificare il dominio così da dargli forza e significato, alla stregua della religione (quella vera) e della politica (quella fondata su principi di progetto umano).
Si formano strane alleanze tra chi cavalca il neo-misticismo della politica con quelli che affermano il neo-illuminismo della tecnica e che finiscono per creare un’ idea di potere “divino” (ma del tutto umano), benedetto da un dio che non c’è ma che serve a “legittimare” una guerra, una conquista, una supremazia assoluta, una qualsiasi dittatura delle idee che può abbattere ogni confine.



