A un quarto di secolo dagli attentati dell’11 settembre, la “guerra globale al terrore” appare non soltanto come una stagione militare controversa, ma come una trasformazione strutturale del potere internazionale. Nata in risposta a una tragedia umana e a una minaccia reale, la strategia inaugurata dagli Stati Uniti finì per dilatare il concetto di sicurezza fino a farne la base di un nuovo ordine operativo: guerre senza confini definiti, detenzioni indefinite, sorveglianza di massa, operazioni clandestine e uso della forza sottratto a controlli sempre più deboli.
Il nodo centrale non riguarda soltanto gli abusi commessi, ma la loro prevedibilità. Giuristi, organizzazioni umanitarie, funzionari pubblici e osservatori internazionali avevano avvertito fin dall’inizio che sospendere le garanzie in nome dell’emergenza avrebbe prodotto conseguenze durature. Quegli allarmi furono spesso trattati come ostacoli alla sicurezza, mentre l’eccezione si consolidava in prassi. Il risultato è stato un progressivo indebolimento delle norme che avrebbero dovuto distinguere la risposta democratica alla violenza terroristica dalle logiche arbitrarie dei suoi avversari.
Sul piano geostrategico, la guerra al terrore ha consumato risorse, capitale politico e credibilità occidentale. Le campagne in Afghanistan e Iraq hanno mostrato i limiti della superiorità militare quando non è accompagnata da obiettivi politici realistici, conoscenza delle società locali e una strategia sostenibile per il dopoguerra. L’eliminazione di leader e infrastrutture terroristiche non ha impedito la frammentazione delle minacce, mentre il collasso o l’indebolimento di alcuni Stati ha aperto spazi a milizie, reti jihadiste e potenze regionali.
La promessa di stabilità si è così rovesciata in una moltiplicazione delle aree di crisi. La violenza transnazionale non è stata cancellata: si è dispersa, adattata e radicata in conflitti locali alimentati da repressione, disuguaglianze e vuoti di potere. Nel frattempo, gli interventi occidentali hanno offerto ai gruppi estremisti strumenti di propaganda e reclutamento, rafforzando la narrazione di un confronto indiscriminato contro intere comunità.
Anche la posizione internazionale degli Stati Uniti ne è uscita modificata. L’uso selettivo del diritto, le torture, le detenzioni extragiudiziali e le vittime civili hanno indebolito la capacità di Washington di presentarsi come garante coerente dell’ordine liberale. Le potenze rivali hanno potuto richiamare quei precedenti per giustificare repressioni interne, operazioni oltreconfine e definizioni sempre più elastiche di terrorismo. La guerra al terrore ha quindi prodotto un effetto imitativo: strumenti concepiti come eccezionali sono entrati nel repertorio ordinario della politica di sicurezza globale.
L’eredità più profonda si misura proprio nella normalizzazione. Esecutivi di orientamento diverso hanno conservato ampi margini d’azione militare, programmi di sorveglianza e apparati antiterrorismo difficili da sottoporre a un controllo effettivo. Tecnologie più avanzate, dai droni ai sistemi algoritmici, hanno ulteriormente abbassato il costo politico dell’impiego della forza, allontanando le operazioni dagli occhi dell’opinione pubblica senza risolverne le conseguenze strategiche.
Il bilancio impone di sottolineare con forza la necessità di contrastare il terrorismo e di porre al centro i diritti delle vittime. Altrettanto, occorre considerare che la sicurezza perde efficacia quando viene separata dalla responsabilità politica, dal diritto e dalla tutela della popolazione civile. Trattare ogni minaccia come una guerra permanente può rafforzare nel breve periodo la libertà d’azione degli Stati, ma nel lungo termine erode le istituzioni necessarie a governare la violenza.
La lezione rimasta inascoltata è che i precedenti creati durante un’emergenza sopravvivono all’emergenza stessa. In un sistema internazionale già segnato dalla competizione tra grandi potenze e dal progressivo indebolimento delle istituzioni multilaterali, l’eredità della guerra al terrore continua a facilitare l’uso discrezionale della forza e la riduzione degli spazi di garanzia. Il vero lascito di quei venticinque anni non è dunque soltanto una serie di guerre finite o incompiute, ma un mondo nel quale l’eccezione è diventata metodo e la sicurezza rischia ancora di essere perseguita distruggendo le regole che dovrebbe proteggere.
Fonte: Just Security – The War on Terror: A Quarter Century of Unheeded Warnings
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