La guerra tra Stati Uniti e Iran rischia di trasformare la Siria in una ‘vittima collaterale’ di una crisi regionale dalla quale Damasco aveva cercato di prendere le distanze. Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, il governo transitorio guidato da Ahmed al-Sharaa aveva avviato un progressivo riavvicinamento all’Occidente, contando sulla rimozione delle sanzioni americane e sull’afflusso di investimenti privati. L’escalation militare ha però alterato questo scenario, aggravando l’emergenza energetica e alimentare proprio mentre il Paese tenta di ricostruire istituzioni, infrastrutture e relazioni internazionali.
Il principale fattore di vulnerabilità è l’energia. La produzione elettrica siriana resta largamente insufficiente per sostenere trasporti, industria, sanità e distribuzione alimentare. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas, insieme alle interruzioni delle catene di approvvigionamento, rende più costoso mantenere in funzione l’economia e scoraggia gli investimenti. Anche la scarsità di fertilizzanti e grano amplifica il rischio di una crisi sociale in un Paese già provato da anni di conflitto, povertà e spostamenti di popolazione.
La paralisi dei canali energetici regionali indebolisce inoltre la strategia di reintegrazione perseguita da Damasco. La cooperazione con Iraq e Turchia, decisiva per diversificare le forniture e riattivare i collegamenti infrastrutturali, rischia di essere subordinata alle priorità militari e diplomatiche determinate dalla guerra. I governi della regione sono concentrati sulla sicurezza immediata, mentre i progetti siriani richiedono continuità politica, capitali e garanzie di lungo periodo.
La conseguenza più rilevante sul piano geostrategico è il possibile ritorno della Siria nella sfera energetica russa. Il nuovo governo aveva tentato di ridurre la dipendenza dal petrolio di Mosca per accompagnare il proprio riposizionamento verso Washington, l’Europa e i Paesi arabi del Golfo. La contrazione delle alternative sta invece imponendo una nuova crescita delle importazioni russe. Questa dipendenza non è soltanto commerciale: offre al Cremlino uno strumento per conservare influenza sulla Siria post-Assad e limita il margine di manovra di al-Sharaa.
La crisi mette così alla prova la strategia americana fondata sulla liberalizzazione economica e sugli investimenti privati. La cancellazione delle principali misure punitive contro Damasco può rimuovere gli ostacoli giuridici, ma non basta a generare una ripresa quando energia, sicurezza e materie prime restano instabili. Senza interventi capaci di soddisfare bisogni immediati come elettricità, lavoro, assistenza sanitaria e abitazioni, le riforme richieste dalle istituzioni finanziarie internazionali rischiano di alimentare malcontento anziché consolidare la transizione.
Anche i capitali dei Paesi del Golfo, orientati soprattutto verso infrastrutture e investimenti con ritorni nel medio-lungo periodo, non possono sostituire completamente gli aiuti di emergenza. La Siria ha bisogno di tenere insieme stabilizzazione sociale e ricostruzione strutturale: privilegiare soltanto la seconda potrebbe lasciare senza risposta le necessità quotidiane della popolazione e indebolire la legittimità delle nuove autorità.
Per Washington, evitare il fallimento siriano significa impedire che la guerra con Teheran produca vantaggi indiretti per Mosca e riapra spazi a reti armate, economie illegali e nuove radicalizzazioni. La stabilizzazione della Siria non costituisce quindi un dossier umanitario separato dal confronto regionale, ma uno dei terreni sui quali se ne misureranno gli effetti strategici. Se la ripresa venisse sacrificata all’emergenza iraniana, il vuoto lasciato dall’Occidente sarebbe probabilmente occupato da attori interessati più alla dipendenza di Damasco che alla sua autonomia.
Fonte: Just Security – Don’t Let Syria’s Recovery Become Collateral Damage in the Iran-U.S. War
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