A poche settimane dall’intesa tra Libano e Israele, il processo rischia di arenarsi su una contraddizione destinata a comprometterne l’intera architettura. Israele chiede che l’esercito libanese dimostri di controllare effettivamente il Sud e che Beirut compia passi concreti verso il disarmo di Hezbollah prima di ulteriori ritiri. Il governo libanese replica che le proprie forze non possono esercitare pienamente la sovranità su territori nei quali permane la presenza militare israeliana.
Non è una semplice divergenza sui tempi. È un conflitto sulla sequenza politica e militare della transizione. L’accordo avrebbe dovuto produrre un circolo virtuoso: ritiro israeliano, dispiegamento delle Forze armate libanesi, ritorno della popolazione, ricostruzione e progressiva concentrazione delle armi nelle mani dello Stato. Se ciascun passaggio viene invece subordinato al completamento preventivo dell’altro, il meccanismo si blocca.
Il rischio maggiore è che lo stallo finisca per confermare la narrativa sulla quale Hezbollah ha costruito per decenni la legittimità del proprio arsenale: lo Stato libanese non sarebbe in grado di proteggere il territorio, mentre soltanto la resistenza armata potrebbe contenere Israele. La permanenza di truppe israeliane e la prosecuzione delle operazioni militari rendono politicamente più difficile per Beirut chiedere alle comunità sciite del Sud di rinunciare alla struttura armata del movimento.
Si forma così una trappola strategica. Israele giustifica la propria presenza con le armi di Hezbollah; Hezbollah giustifica le proprie armi con la presenza israeliana. In mezzo, lo Stato libanese è chiamato a eliminare una delle cause dell’instabilità senza disporre degli strumenti necessari per rimuovere l’altra. In queste condizioni, la pressione sul disarmo rischia di indebolire Beirut anziché rafforzarla.
La questione, inoltre, non si esaurisce nella consegna dei missili. Hezbollah è insieme milizia, partito, rete sociale e componente di una strategia regionale sostenuta dall’Iran. La fine della sua autonomia militare richiede pertanto un processo più ampio di disarmo, smobilitazione e reintegrazione, accompagnato dal rafforzamento dell’esercito e delle istituzioni civili. Senza sicurezza, ricostruzione e alternative economiche, la semplice rimozione delle armi lascerebbe intatti i presupposti che ne hanno favorito l’accumulazione.
Sul piano regionale, il fallimento dell’intesa offrirebbe a Teheran una importante opportunità. L’Iran potrebbe presentare lo stallo come la prova che la diplomazia sostenuta dagli Stati Uniti non garantisce né il ritiro israeliano né la sovranità libanese. Hezbollah ne ricaverebbe un argomento per preservare il proprio ruolo nella deterrenza regionale, mentre Israele resterebbe esposto alla ricostituzione di una minaccia armata lungo il confine settentrionale.
La responsabilità decisiva ricade dunque anche su Washington, chiamata a trasformare la mediazione in una politica di reciprocità verificabile. Il ritiro israeliano e il consolidamento dell’autorità libanese non possono essere trattati come concessioni separate: sono parti dello stesso scambio strategico. Servono garanzie, verifiche coordinate, sostegno materiale all’esercito libanese e una progressione nella quale ogni passo di una parte produca un passo dell’altra.
Per Beirut, la posta in gioco è il monopolio statale della forza. Per Israele, è la costruzione di una sicurezza di frontiera più stabile della sola superiorità militare. Per gli Stati Uniti, è la credibilità della propria capacità di mediazione. Se l’accordo verrà percepito come un insieme di obblighi imposti al Libano senza un corrispondente ritiro israeliano, non disarmerà politicamente Hezbollah: gli consegnerà una nuova giustificazione per restare armato.
Fonte: Just Security – Don’t Let Lebanon’s Peace Agreement Prove Hezbollah Right
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