La visita di Mark Carney al Parlamento europeo segna un passaggio politico che va oltre il rafforzamento dei rapporti tra Canada e Unione europea. Nel momento in cui la politica commerciale statunitense diventa più aggressiva e la competizione tra grandi potenze riduce gli spazi di autonomia degli alleati, Ottawa propone a Bruxelles un’intesa tra democrazie di media potenza, fondata sul multilateralismo e sulla difesa comune degli interessi economici e strategici.
La scelta canadese nasce da una vulnerabilità strutturale. La prossimità geografica e la profonda integrazione produttiva con gli Stati Uniti hanno garantito per decenni prosperità e sicurezza, ma espongono oggi il Canada alle pressioni di Washington. La risposta di Carney non assume la forma di un antiamericanismo ideologico: mira piuttosto a ridurre una dipendenza divenuta politicamente rischiosa, distinguendo l’alleanza storica con gli Stati Uniti dall’accettazione automatica delle loro scelte. La sfida sui dazi e il programma di diversificazione degli investimenti traducono questa impostazione in una strategia concreta.
L’Europa si trova davanti a un problema analogo, sebbene su scala più complessa. Il progressivo indebolimento dell’ordine transatlantico incentrato sulla leadership americana impone all’Unione di rafforzare la propria capacità d’azione, ma la frammentazione politica dei Ventisette continua a rallentarne le decisioni. La disponibilità di Ursula von der Leyen a costruire per il Canada una forma inedita di associazione segnala la volontà di cercare soluzioni esterne ai tradizionali meccanismi dell’integrazione europea. Non si tratterebbe di un’adesione, incompatibile con l’attuale architettura dei trattati, ma di una partnership strategica abbastanza profonda da comprendere sicurezza, commercio, energia, tecnologia e mobilità.
Il baricentro di questa convergenza è l’area artico-atlantica. Lo scioglimento dei ghiacci, l’apertura di nuove rotte, la competizione per le risorse e l’attivismo russo stanno trasformando l’Artico in uno spazio decisivo per la sicurezza occidentale. Canada, Unione europea, Regno Unito e Norvegia possiedono interessi complementari e potrebbero costituire il nucleo di una cooperazione capace di integrare la NATO senza dipendere interamente dalla disponibilità politica americana. L’ipotesi di un consiglio di sicurezza europeo esteso a questi partner riflette così l’emergere di un atlantismo più largo, meno gerarchico e non esclusivamente americanocentrico.
La convergenza riguarda anche la sicurezza economica. Il Canada offre materie prime critiche, energia, capacità finanziaria e profondità territoriale; l’Unione dispone di un vasto mercato, competenze industriali, tecnologie pulite e potere regolatorio. Una collaborazione più stretta potrebbe ridurre le dipendenze da Stati Uniti e Cina, rendere più resilienti le filiere e sostenere investimenti comuni nei settori strategici. Le tensioni nel Golfo, il rischio di interruzione delle rotte energetiche, il rincaro del petrolio e la corsa all’intelligenza artificiale rendono questa complementarità ancora più rilevante.
Il principale ostacolo resta la distanza tra ambizione geopolitica e capacità politica europea. Il Ceta ha fatto crescere sensibilmente gli scambi tra le due sponde dell’Atlantico, ma la mancata ratifica da parte di diversi Stati membri, Italia compresa, mostra quanto sia difficile trasformare una visione strategica in decisioni condivise. L’estensione dell’accordo al commercio digitale, ai servizi finanziari e alle tecnologie avanzate richiederebbe una volontà politica che finora è mancata.
L’iniziativa di Carney offre quindi all’Europa non un modello da importare, ma uno stimolo a scegliere. L’alleanza delle medie potenze può diventare un terzo spazio di cooperazione dentro l’Occidente, capace di contenere gli effetti della rivalità tra Washington e Pechino senza pretendere un’impossibile equidistanza. Per riuscirci, Bruxelles dovrà però superare i veti interni, investire nella difesa e trattare l’autonomia strategica come una politica concreta, non come una formula diplomatica. Ottawa ha indicato una possibile rotta; spetta all’Europa dimostrare di possedere la coesione necessaria per percorrerla.
Fonte: Adriana Cerretelli, Il Sole 24 Ore, 17 settembre 2026, ‘Se la rinascita UE passa da Ottawa’
The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale



