Intelligenza artificiale, l’ONU propone un fondo globale contro il divario tecnologico

Il finanziamento internazionale destinato allo sviluppo delle capacità nell’intelligenza artificiale resta frammentato e distribuito in modo profondamente diseguale. Un rapporto presentato dal Segretario generale delle Nazioni Unite all’Assemblea Generale propone di avviare la costruzione di un fondo globale per l’AI capacity-building, con una dotazione iniziale indicativa di 3 miliardi di dollari nell’arco di due-quattro anni.

Il documento individua carenze che non riguardano soltanto l’accesso ai modelli. Molti Paesi in via di sviluppo non dispongono delle infrastrutture necessarie per partecipare alla trasformazione tecnologica: capacità di calcolo, energia affidabile, connettività, dati di qualità, infrastrutture pubbliche digitali e competenze specialistiche.

Un divario anche istituzionale

Alla distanza tecnologica si aggiunge quella normativa e amministrativa. Numerosi governi non possiedono strutture adeguate per valutare, acquistare, utilizzare e controllare sistemi di IA. Mancano inoltre quadri giuridici aggiornati e competenze sufficienti per stimare rischi, tutelare i diritti e negoziare con i fornitori.

Questa debolezza limita anche la partecipazione dei Paesi meno attrezzati ai processi internazionali di governance. Le regole globali rischiano così di essere definite prevalentemente dagli Stati dotati di grandi imprese tecnologiche, data center e strategie nazionali avanzate.

Il risultato potrebbe essere una doppia esclusione: dalle opportunità economiche dell’IA e dai luoghi nei quali vengono decise le norme che ne disciplineranno lo sviluppo.

Le tre raccomandazioni

Il rapporto propone all’Assemblea Generale tre linee d’azione:

  1. Avviare la creazione del fondo globale, definendone obiettivi strategici, governance e amministrazione durante l’ottantunesima sessione.
  2. Misurare periodicamente le capacità nazionali, attraverso indicatori verificabili e rapporti regolari del Segretario generale.
  3. Ampliare la rete internazionale di cooperazione, invitando gli Stati a candidare nuovi centri per la Global Network for Exchange and Cooperation on AI Capacity Building sostenuta dalle Nazioni Unite.

Il fondo dovrebbe distribuire le risorse sulla base delle necessità e integrare, anziché sostituire, i meccanismi finanziari esistenti. Come possibili riferimenti organizzativi vengono citati il Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria e la Global Financing Facility.

Calcolo, energia e connettività come infrastrutture di potere

La capacità di utilizzare l’IA dipende sempre più dalla disponibilità di infrastrutture materiali. Data center, reti elettriche, semiconduttori e collegamenti digitali richiedono investimenti elevati e continuativi, difficilmente sostenibili per le economie più fragili.

Il divario digitale si trasforma quindi in una asimmetria geostrategica. Gli Stati privi di risorse computazionali possono diventare dipendenti da piattaforme, cloud e modelli controllati all’estero. Questa dipendenza incide sulla sicurezza dei dati, sull’autonomia amministrativa e sulla capacità di sviluppare servizi coerenti con lingue e bisogni locali.

La concentrazione dei data center in pochi Paesi rende inoltre l’accesso all’IA vulnerabile a tensioni geopolitiche, restrizioni commerciali e decisioni delle grandi aziende private.

Il rischio di nuove dipendenze

Un fondo internazionale potrebbe aiutare i Paesi in via di sviluppo a costruire capacità proprie, ma la sua efficacia dipenderà dalla destinazione delle risorse. Finanziare soltanto l’acquisto di prodotti stranieri rischierebbe di consolidare dipendenze tecnologiche anziché ridurle.

Gli investimenti dovrebbero rafforzare infrastrutture pubbliche digitali, formazione, ricerca locale e capacità regolatoria. Dovrebbero inoltre sostenere dati rappresentativi delle comunità interessate, evitando che sistemi addestrati prevalentemente su lingue e contesti del Nord globale vengano applicati senza adattamento.

La governance del fondo dovrà garantire un ruolo effettivo ai Paesi destinatari. Senza una rappresentanza equilibrata, il nuovo strumento potrebbe riprodurre nel campo dell’IA le tradizionali asimmetrie tra donatori e beneficiari.

La prospettiva geostrategica

Il rapporto riconosce che la competizione globale sull’intelligenza artificiale non riguarda soltanto Stati Uniti, Cina ed Europa. Le sue conseguenze investiranno anche i Paesi che oggi dispongono di capacità limitate, determinandone produttività, qualità dei servizi pubblici, sicurezza e posizione nelle catene del valore.

Misurare le capacità nazionali può rendere visibili i divari e indirizzare meglio gli investimenti. Gli indicatori dovranno però considerare non soltanto il numero di data center o le risorse finanziarie, ma anche accessibilità, qualità istituzionale, sostenibilità energetica e tutela dei diritti.

L’allarme sulla rapida chiusura della finestra per un’azione coordinata indica che il ritardo potrebbe diventare strutturale. Quando infrastrutture, talenti e dati si concentrano stabilmente in pochi ecosistemi, recuperare terreno diventa più costoso e difficile.

Il fondo proposto rappresenta quindi un tentativo di trattare l’accesso all’IA come questione di sviluppo e di equilibrio internazionale, non come semplice diffusione commerciale della tecnologia. La posta in gioco è impedire che l’intelligenza artificiale allarghi ulteriormente la distanza tra Paesi capaci di definirne regole e applicazioni e Paesi costretti a importarle.

Fonte: Digital Watch Observatory

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

 

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