Filosofi entrano nelle grandi aziende dell’intelligenza artificiale

L’IA alla ricerca di filosofi. Mentre analisti, osservatori, il mondo s’interrogano sul destino che si ci attende, le aziende dell’intelligenza artificiale cercano e contattano i laureati in filosofia e scienze umanistiche da far entrare tra le loro fila. Da OpenAI ad Anthropic e Google DeepMind è partita la tendenza a coinvolgere studiosi di etica e filosofia nella progettazione dei loro sistemi, riportando le discipline umanistiche al centro dell’innovazione.

Dopo che, per decenni, si è considerato lo studente di scienze umanistiche come un candidato alla disoccupazione, ora, lo stesso New York Times scrive della “rivincita della filosofia”, segnalando come il pensiero speculativo sia tornato improvvisamente necessario. E i dati confermano questa tendenza. Stando alla Federal Reserve Bank di New York, nel 2024 il 7% di coloro che hanno studiato informatica negli USA sono disoccupati contro il 5,1% dei filosofi.

“Ma cosa se ne fa Google di un filosofo per la sua IA?” si domanda in un’ analisi “L’Espresso” per spiegare il trend: la risposta è che “all’intelligenza artificiale non serva solo chi è in grado di scrivere codici, ma anche e soprattutto chi sa porre quelle domande a cui solo un uomo può rispondere”. Nel settore Big Tech normalmente si “penserebbe a sale piene di ingegneri”, prosegue il settimanale. Tuttavia “c’è anche chi trascorre le giornate leggendo John Rawls, Hanna Arendt o discutendo sul significato della giustizia”. E questo succede “non in un’azienda qualunque, ma in Google: precisamente in DeepMind”, dove uno dei ricercatori più ascoltati è oggi il filosofo politico Iason Gabriel.

In un articolo dell’Economist, citato dal Corriere della Sera, si elencano tre problemi per i quali le Big Tech starebbero cercando l’aiuto dei filosofi. Uno dei principali motivi riguarda “l’allineamento”, cioè fare in modo che un modello persegua gli obiettivi del progettista invece di scivolare in scopi degenerati. Il secondo problema da risolvere fa riferimento alla “coscienza dei modelli”: analizzare se esista, dietro le risposte, un’esperienza senziente. Il terzo capitolo da affrontare è quello del “diritto delle macchine”. Si tratta di una prosecuzione del secondo e, ammessa la coscienza, bisogna chiedersi quali tutele spettino al sistema. Tutto questo nasconde, comunque, il pericolo che il filosofo assecondi il proprio committente.

The Atlantic rileva che nel 2013 solo l’1% delle offerte pubblicate in PhilJobs, il principale portale Usa di lavoro accademico, riguardava l’AI e i laureati in filosofia, percentuale che ha raggiunto il 16% l’anno scorso. E questo fenomeno della ricerca di filosofia e di minore digitalizzazione non si limita alle aziende ma investe anche i loro responsabili e la loro vita privata. Come sottolinea il sito spagnolo elEconomista.es, i principali leader dell’ IA stanno ripensando usi e abitudini limitando l’uso degli schermi e della tecnologia ai propri figli, privilegiando per la loro educazione aspetti caratteristici delle scienze umanistiche, come il pensiero critico, la filosofia o lo sviluppo di abilità sociali. Ed è proprio Sam Altman, CEO di OpenAI, ad affermare che suo figlio piccolo “deve tornare a giocare con la terra e a sviluppare le sue abilità in modo naturale”.

Così anche tra i creatori dell’IA le scienze umanistiche tornano di attualità.

Maria Eva Pedrerol

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