Romano Prodi commenta, su Il Messaggero del 23 settembre 2026, l’imminente vertice di Washington tra Donald Trump e Xi Jinping che si colloca in un sistema internazionale segnato dalla moltiplicazione delle crisi – dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Sudan al Corno d’Africa – ma non sembra destinato a produrre una nuova architettura globale. L’agenda, più circoscritta, riguarda soprattutto la gestione dell’interdipendenza tra Stati Uniti e Cina: terre rare, commercio, prodotti agricoli, aeromobili e, con maggiore cautela, intelligenza artificiale. Proprio il carattere apparentemente tecnico dei dossier rivela tuttavia un mutamento geostrategico più profondo: Washington non può più trattare Pechino soltanto come un concorrente da contenere, perché dipende dalla cooperazione cinese su alcune vulnerabilità essenziali.
Il nodo più immediato è costituito dalle terre rare. Il prolungamento dell’accordo sulle esportazioni cinesi è vitale per comparti industriali e tecnologici statunitensi, compresi quelli con rilevanza militare. Pechino dispone quindi di una leva strutturale: non un semplice vantaggio commerciale, ma la capacità di condizionare tempi, costi e continuità della produzione americana. Gli Stati Uniti possono rispondere con dazi, restrizioni tecnologiche e diversificazione delle catene di approvvigionamento, ma nel breve periodo non sono in grado di eliminare tale dipendenza. Il confronto si sposta così dalla supremazia astratta al controllo concreto dei nodi critici delle filiere.
L’ipotesi di riequilibrare le esportazioni cinesi con maggiori acquisti di soia, altri prodotti agricoli e aerei Boeing indica che la distensione potrebbe assumere una forma eminentemente transazionale. Trump ha interesse a ottenere risultati rapidamente spendibili sul piano interno, mentre Xi può concedere aperture selettive senza rinunciare agli strumenti che garantiscono alla Cina potere negoziale. Si delinea pertanto una stabilizzazione competitiva: nessuna riconciliazione strategica, ma accordi settoriali utili a impedire che il disaccoppiamento produca costi economici e politici incontrollabili.
Anche il possibile dialogo sull’intelligenza artificiale va interpretato in questa prospettiva. L’assenza di un progetto generale di cooperazione conferma che la tecnologia resta uno dei principali terreni della rivalità. Eventuali scambi di informazioni servirebbero soprattutto a limitare rischi sistemici, errori di calcolo e impieghi destabilizzanti, senza interrompere la competizione per semiconduttori, capacità di calcolo, dati e applicazioni militari. Il modello emergente è quello di una rivalità amministrata: confronto intenso nelle tecnologie decisive, accompagnato da meccanismi minimi di comunicazione per evitare conseguenze non volute.
Il vantaggio cinese risiede soprattutto nella possibilità di aspettare. Pechino può assorbire pressioni esterne attraverso riserve, controllo dei consumi e una proiezione internazionale meno esposta di quella americana. Washington, invece, sostiene impegni diretti su più teatri e deve conciliare obiettivi geopolitici con vincoli economici, elettorali e militari. La diversa disponibilità di tempo diventa così una risorsa di potenza. La Cina può perseguire risultati senza ricorrere allo scontro frontale; gli Stati Uniti sono maggiormente incentivati a ottenere dalla controparte contributi immediati alla gestione delle crisi.
In questo quadro acquista rilievo l’eventuale ruolo cinese nella sicurezza dello Stretto di Hormuz. Un coinvolgimento di Pechino nella riapertura o stabilizzazione della rotta implicherebbe il riconoscimento della Cina come interlocutore necessario nella governance di un passaggio marittimo essenziale. L’interesse cinese alla continuità dei flussi energetici offre a Washington un terreno di convergenza, ma consente anche a Xi di chiedere contropartite commerciali. Ne deriverebbe uno scambio tra sicurezza marittima e accesso ai mercati che certifica la crescente connessione fra dossier economici e geopolitici.nership con
La presenza a Washington di una delegazione di grandi imprenditori cinesi avrebbe infine un forte valore simbolico. Essa rappresenterebbe la normalizzazione di una relazione ormai fondata su una sostanziale parità negoziale: se all’inizio del secolo era Pechino a ricercare il sostegno americano per integrarsi nell’ordine economico internazionale, oggi sono gli Stati Uniti ad avere bisogno della Cina per proteggere le proprie filiere e affrontare crisi regionali. Non si tratta ancora di equivalenza complessiva di potenza, ma del riconoscimento che nessuna delle due parti può imporre unilateralmente le condizioni del rapporto.
La possibile successione di incontri a Washington, all’APEC di Shenzhen e al G20 di Miami potrebbe quindi consolidare un meccanismo di consultazione continuativa. Il risultato più realistico non sarebbe un grande accordo, bensì una rete di intese limitate capace di ridurre il rischio di escalation. Per l’Europa, questa evoluzione comporta una duplice conseguenza: il pericolo di restare ai margini di negoziati bilaterali che incidono sulle regole globali e la necessità di diminuire le proprie dipendenze nei settori strategici. Il vertice segnala, in definitiva, che la competizione sino-americana sta entrando in una fase nella quale il potere non consiste soltanto nel prevalere, ma nel rendersi indispensabili all’avversario.
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