Maria Eva Pedrerol
Islanda al bivio: UE sì o no? Il prossimo 29 agosto gli abitanti della remota isola del nord saranno convocati alle urne per partecipare al primo referendum sull’adesione all’Unione Europea. Davanti alle minacce di Donald Trump di impadronirsi della vicina Groenlandia e pressati dall’altissimo costo della vita, gli islandesi devono decidere se compiere questo passo storico e uscire dal loro isolamento. Il voto ha spaccato in due la bella isola dei geyser e dei vulcani e il risultato si preannuncia sul filo di lana.
In una lunga analisi, El País spiega come questa nazione di ghiacci e solitudine sia arrivata al punto di valutare se accettare il braccio protettore europeo. Tuttavia la società islandese è divisa: la parte occidentale, con la capitale Reykjavik, propende verso l’America, mentre quella orientale verso l’Europa.
Il cammino, comunque, è vicino a una sintesi. La prima idea europeista aveva già sfiorato l’isola nel corso della crisi finanziaria del 2008 che travolse il sistema islandese, ma poi non prosperò in nessun fatto concreto. L’attuale governo della Kristrún Frostadóttir (social democrazia) è convinto invece che sia arrivato il momento giusto e il dibattito nel Paese è ora al culmine. Con circa 400mila abitanti, l’Islanda è lontana da tutto e da tutti e la sua gente è molto abituata alla propria tranquillità. Ma questa calma ha subìto un forte scossone con le minacce del presidente USA nei confronti della vicina Groenlandia. Gli islandesi si trovano così a un bivio: sarà più forte la paura verso il gigante americano, e quindi avviare un percorso di salvaguardia, o vincerà l’attaccamento alla tradizionale sovranità e alla corona, la piccola moneta locale?
“Il momento è ora”, afferma Magnus Skojoeld, già deputato e professore di Scienze Politiche presso l’Università di Bifroest. Fervente europeista, Skojoeld considera che “la scena internazionale è cambiata drasticamente” e crede che “continuare con la corona ci danneggia economicamente, con prezzi altissimi”. Di parere radicalmente opposto è Haraldur Olafsson, professore dell’Università di Islanda e una delle voci più forti della campagna per il no. “Siamo un Paese piccolo, – avverte Olafsson – con pochissima densità di popolazione, lontano dai grandi mercati globali e con un’economia molto diversa dal resto dell’Europa”, un ‘economia che “si basa innanzitutto sulle risorse naturali”.
La bandiera del fronte del “no’ sono la difesa della sovranità nazionale e la pesca che rappresenta circa l’8% del Pil islandese. Una parte importante della popolazione teme di perdere il controllo sulle quote di pesca, in caso di adesione all’Unione Europea. La parte favorevole al sì, invece, cerca un riparo per l’altissimo costo della vita e un luogo sicuro dove attraversare le tempeste che scuotono la geopolitica globale. La battaglia del 29 agosto sarà all’ultimo voto.
Stando agli analisti, un sì islandese all’UE potrebbe spingere la Norvegia a seguirne l’esempio, anche se per ben due volte Oslo ha rifiutato di entrare nel club europeo. Per Bruxelles l’adesione dell’Islanda significherebbe far entrare una democrazia matura e un Paese ricco nel club UE. Inoltre, se l’ondata europeista coinvolgesse anche la Norvegia, i due Paesi entrerebbero nell’UE come contribuenti netti e rafforzerebbero l’area nordica europea, con grande soddisfazione di Danimarca, Finlandia e Svezia.



