(Marco Emanuele)
Serve essere visionari ma la parola va ripensata nel tempo dell’attuale avanzamento tecnologico.
L’intelligenza deve essere visionaria, al contempo spirituale, relazionale, connettiva, planetaria. Se le tecnologie trasformano il complesso di ciascuno di noi e di realtà, l’intelligenza umana ha la responsabilità di essere un passo in avanti, di calarsi nell’unicum esistenziale che comprende le tecnologie, nostra creazione (nel bene e nel male): esse, infatti, sono parte della nostra capacità ri-creativa.
Il primo passo di una governance efficace parte dalla nostra intelligenza. Dobbiamo cominciare a essere consapevoli che l’attuale rivoluzione tecnologica assume veri (e a tratti pericolosi) contorni di discontinuità: in tal senso dobbiamo ri-responsabilizzarci secondo approcci diversi rispetto al passato. Quando i futuri già camminano nel nostro presente, come accade in questa fase, il tutto di noi viene interrogato e problematizzato.
L’intelligenza visionaria è spirituale. Qui il tema è il profondo umano, il nostro specchio interiore, il talento di vivere la nostra dimensione più misteriosa, eppur reale. Una dimensione che non è definibile. È impossibile rispondere alle domande: perché amo ?, perché credo ? Perché amare e credere sono salti senza rete, fondati sulla fiducia, nulla di più fragile e, altrettanto, nulla di più resistente. L’intelligenza spirituale è il nostro profondo che vive l’oltre e nell’oltre, ciò che non possiamo razionalizzare, controllare, prevedere del tutto (fortunatamente). Attraverso l’intelligenza spirituale siamo chiamati a porre in gioco le nostre corde più sensibili e meno conosciute, talvolta anche a noi stessi.
L’intelligenza visionaria è relazionale. Dal profondo, l’intelligenza ci porta in ogni altro-di-noi. La relazione è azione-in-comune, responsabilità nell’agire. La velocità dei canali di comunicazione nella condizione ‘onlife’ certamente velocizza i rapporti, annullando distanze e tempi di reazione. Il tema, però, è la dimensione umana della relazione, quella complessità che chiede sguardi, respiri, contraddizioni, slanci di felicità, ripensamenti: tutto questo non è tecnologizzabile né definibile a priori. Quando ci relazioniamo, la certezza assoluta non ci aiuta ma, apparente paradosso, può danneggiarci: la relazione si fonda anche, se non soprattutto, sul ‘lasciarsi andare’, sul cogliere e accogliere il tutto di noi ‘che diventa’ nell’altro e nel reale.
L’intelligenza visionaria è connettiva. La connessione è caratteristica dell’umano-in-relazione. Recuperare questa dimensione è fondamentale perché siamo nodi dell’umanità planetaria. La connessione è il processo che, nell’incertezza che ci caratterizza, garantisce forma storica alla relazione. Connettersi è sentirsi parte del e aprirsi al mosaico umano-planetario: la connessione stabilisce, in forme dinamiche e sempre diverse, l’ambiente strategico nel quale la relazione può vivere e prosperare, generare storia, superare lo stallo rischioso della de-generazione che stiamo vivendo.
L’intelligenza visionaria è planetaria. L’intelligenza non è solo umana. La Terra è la nostra patria: se può apparire banale dirlo, è questione ben difficile da realizzare. Mentre le tecnologie (mai come oggi) possono aiutarci a vivere la dimensione planetaria, aiutando e spingendo una governance adeguata, la frammentazione di un pensiero-non-agente, impaurito dalla complessità e ‘comodamente’ auto-ingannato nella linearità e nella causalità (de-generativo in separazione), spesso usa le tecnologie per distruggere ogni possibilità di ri-creazione.
È attraverso l’unicum dell’intelligenza visionaria, non separabile nelle sue dimensioni, che possiamo comprendere la complessità dell’intelligenza generale-umana, dalla nostra interiorità al pianeta, passando per ogni altro-di-noi.



