(Girolamo Boffa)
Pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran, Donald Trump ha riunito nella Sala Est della Casa Bianca una ventina di leader evangelici.
I pastori gli si sono stretti intorno, gli hanno posato le mani sulle spalle e hanno pregato per lui; Paula White-Cain, la sua consigliera spirituale a capo dell’Ufficio della Fede della Casa Bianca, ha paragonato Trump a Gesù: “Nessuno ha pagato il prezzo che lei ha pagato, signor Presidente.”
Non era la prima volta, ma quella volta, in quella scena, era diverso: stavolta la preghiera non riguardava l’economia, la frontiera, i giudici della Corte Suprema. Riguardava una guerra ed il linguaggio non era più quello della politica religiosa americana: era quello delle Crociate.
La domanda che quella scena pone non è teologica, ma politica: quanto è solida un’alleanza costruita su queste premesse?
Il patrono e i suoi fedeli
La parola “evangelici” in America comprende realtà molto diverse.
Gli evangelici bianchi — oltre l’ottanta percento ha votato Trump nel 2024, circa un terzo del totale dei suoi consensi — sono il nucleo duro, concentrati nel Sud profondo, nel Midwest rurale, in Texas. Gli evangelici neri sono un universo separato: il sei percento supporta le politiche di Trump, un dato immobile da anni, e la retorica della guerra santa bianca non risuona nelle loro chiese. Gli evangelici ispanici sono la variabile in movimento: undici punti di calo del favore in cinque mesi, prima ancora dell’Iran, sotto la pressione delle politiche sull’immigrazione che colpiscono direttamente le loro comunità.
Tre comunità, tre risposte diverse. Quando si parla di “evangelici e Trump” si parla in realtà di un arcipelago, non di un blocco.
Il nucleo bianco, da solo, è abbastanza grande da determinare le elezioni ma la sua fedeltà non è cieca, è fondata su risultati concreti: Trump è divorziato tre volte, moralmente controverso, e il settanta percento degli americani lo considera “non molto” o “per nulla” religioso; eppure il sessanta percento degli evangelici bianchi crede che la sua elezione sia parte del piano di Dio. La contraddizione si risolve nella teologia pragmatica di quella fede: Trump non deve essere santo, deve essere utile: tre nomine conservatrici alla Corte Suprema, la fine del diritto federale all’aborto, l’ambasciata a Gerusalemme. Il patto era transazionale e Trump lo ha rispettato.
Poi sono arrivati i sondaggi in calo, i dazi che pesavano, l’insoddisfazione che cresceva. E la guerra in Iran.
Trump ha attivato il suo schema più collaudato: quando sente odore di calo nei consensi, alza la posta; cerca qualcosa abbastanza grande da spostare l’attenzione, da riattivare l’identità di gruppo, da trasformare il consenso da una valutazione razionale a fedeltà tribale.
La guerra in Iran è stata la mossa più grande di tutte — e per la base evangelica ha funzionato, perché per molti di loro una guerra in Medio Oriente che coinvolge Israele non è geopolitica: è profezia. Si inserisce direttamente nella narrativa della fine dei tempi che attraversa la teologia evangelica più radicale.
E quando la guerra diventa profezia, il consenso non si misura più nei sondaggi ma nella fede: a fine marzo 2026, dopo i bombardamenti, l’approvazione tra gli evangelici bianchi era risalita al sessantaquattro percento dopo mesi di erosione.
Il linguaggio ha fatto il resto: Hegseth — che ha ribattezzato sé stesso Segretario alla Guerra — ha pregato, al Pentagono, perché le truppe infliggessero “violenza travolgente senza misericordia” nel nome di Gesù. Hagee, l’ottantacinquenne tele-evangelista fondatore di Christians United for Israel, ha ringraziato Trump per la guerra davanti a un cartello che recitava “Dio arriva… Operazione Furia Epica”. Storici e accademici affermano di non aver mai sentito nulla di simile nella storia americana moderna: “È il linguaggio delle Crociate medievali.”
Ma la guerra come strumento è anche una trappola: funziona solo se produce vittorie visibili e rapide.
I morti americani costano, i prezzi dell’energia aumentano: il cessate il fuoco di due settimane è arrivato proprio mentre il sostegno pubblico alla guerra calava.
Chi ha legato la propria fede a una guerra deve poi fare i conti con quella guerra.
E spiegare i morti.
Le crepe e il silenzio dei democratici
Sotto la superficie del blocco ricompattato ci sono segnali che vale la pena leggere. Il calo della fiducia etica è il più significativo: solo il quaranta percento degli evangelici bianchi è convinto che Trump agisca in modo etico, contro il cinquantacinque percento dell’anno precedente.
Si può giustificare uno strumento di Dio imperfetto, ma fino a quale limite?
Papa Leone ha definito la guerra “atroce” e ha detto che il nome di Gesù non dovrebbe mai essere usato per promuovere un conflitto: gli evangelici non riconoscono l’autorità del Papa — ma i cattolici conservatori sì, e fino a ora avevano marciato con la destra evangelica su molti fronti. È una frattura ancora piccola, ma in collegi dove i margini si misurano in migliaia di voti, anche le fratture piccole contano.
I pastori progressisti e le chiese nere hanno risposto alla retorica della guerra santa con toni netti: Doug Pagitt, pastore evangelico progressista, ha parlato di “narrazione cristiana specifica usata per mantenere gli evangelici dalla sua parte”. Le chiese afroamericane del Sud, che hanno una storia profonda di opposizione all’uso politico della fede, hanno reagito con distanza esplicita.
Sono movimenti non organizzati, ma segnano una linea di frattura che attraversa il mondo cristiano americano molto più in profondità di quanto la narrativa del fronte compatto lasci intendere.
I democratici osservano tutto questo senza una strategia religiosa credibile: non hanno un linguaggio per parlare alle comunità evangeliche moderate, non hanno candidati con credenziali di fede riconoscibili, non hanno una risposta alla teologia della guerra santa che non sia la critica laica — che in quelle comunità rimbalza senza effetto. Il voto evangelico ispanico in calo è teoricamente intercettabile, ma, in pratica, nessuno lo sta intercettando.
Nei midterm la traiettoria più probabile è una combinazione: mobilitazione alta tra gli evangelici bianchi più vicini alla teologia della fine dei tempi, disimpegno silenzioso tra i moderati che hanno votato Trump per i giudici e non per la guerra, allontanamento progressivo degli evangelici ispanici verso l’astensione.
I democratici non raccoglieranno queste fratture — non hanno gli strumenti. Ma le fratture potrebbero tradursi in affluenza più bassa nei collegi giusti al momento giusto.
Trump ha trasformato l’alleanza con gli evangelici da transazione politica a fusione identitaria: chi costruisce il consenso sulla guerra cosmica deve poi vincere quella guerra. O trovarne un’altra…



