La geopolitica del nanosecondo: chi controlla il tempo controlla il mondo

«Sincronizziamo gli orologi. Che ore fate?»

«Le dieci e trenta!» «Undici e un quarto!» «Dieci e venti!» «Le dieci e un quarto!» «Dieci e trentacinque!»

«Facciamo ad occhio, che è meglio.» (1)

 

Chi decide che ore sono? La domanda sembra banale, quasi infantile. In realtà è una delle questioni politiche fondamentali delle società tecnologiche. Il tempo comune non è soltanto una convenzione pratica: è l’infrastruttura invisibile che permette di coordinare mercati, reti elettriche, comunicazioni, trasporti, sistemi militari e piattaforme digitali.

Quando pensiamo alla competizione di potere tra Stati, immaginiamo eserciti, gasdotti, microchip, satelliti, intelligenza artificiale, droni. Raramente pensiamo agli orologi. Eppure, nel mondo digitale, l’ora esatta non è un dettaglio: è una condizione di fiducia.

Non parliamo dell’orologio al polso o dello smartphone che segna le 10:35, ma di frazioni minuscole di secondo. È lì che si decide se una transazione finanziaria viene registrata nell’ordine corretto, se una rete elettrica resta sincronizzata, se un segnale satellitare permette di localizzare un aereo o una nave, se un’operazione militare può essere coordinata senza ambiguità.

In questo senso, il tempo è diventato una risorsa strategica. E, come tutte queste, può trasformarsi in terreno di competizione geopolitica. Come osserva Georg Serentschy nel suo studio Time as Power: The Hidden Battle for Global Time Synchronization, (2) la competizione geopolitica contemporanea non si gioca soltanto sui sistemi più visibili — satelliti, semiconduttori, cavi sottomarini, reti digitali — ma anche su un elemento quasi impercettibile: il tempo sincronizzato.

La politica del tempo non nasce oggi: le civiltà hanno sempre organizzato il potere attraverso calendari, cicli agricoli, tempi religiosi, cronologie imperiali, meridiani e fusi orari. (3) Stabilire il tempo comune ha sempre significato sancire un ordine complessivo. La differenza è che oggi quell’ordine non si misura più in giorni, stagioni o ore, ma in microsecondi e nanosecondi.

 Perché il tempo è così importante?

Il GPS (Global Positioning System), per esempio, non serve solo a dirci dove siamo. Serve anche a dire ai sistemi digitali “che ora è” con estrema precisione.

Quando usiamo un’app di navigazione, vediamo solo la sua parte più evidente: la posizione. Ma dietro c’è anche un’infrastruttura di tempo. I satelliti inviano segnali temporali molto precisi; i ricevitori li confrontano e, proprio da quelle differenze, ricavano la posizione. Lo stesso meccanismo serve anche a sincronizzare reti e sistemi.

Il GPS americano, l’europeo Galileo, il cinese BeiDou e il russo GLONASS non sono quindi soltanto sofisticati sistemi di navigazione satellitare che forniscono servizi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione a utenti civili e militari. Sono anche, a tutti gli effetti, grandi orologi geopolitici. (4)

Chi controlla questi sistemi fornisce tempo e posizione a milioni di dispositivi, imprese e istituzioni. Questo crea dipendenza; e la dipendenza, in politica internazionale, non è mai neutrale.

Qui torna utile anche una distinzione antica. I Greci avevano più parole per indicare il tempo. Chrónos indicava il tempo che scorre, misurabile, sequenziale. Kairós indicava invece il momento opportuno, l’istante giusto, l’occasione decisiva. La geopolitica del tempo unisce entrambe le dimensioni: da un lato il tempo misurato esattamente dagli orologi atomici e quantistici; dall’altro il tempo strategico, il momento in cui un’interferenza, un attacco o una dipendenza possono cambiare gli equilibri in gioco.

Un esempio concreto: cosa succede se il tempo salta

Immaginiamo una grande città. Le antenne telefoniche devono essere sincronizzate per gestire milioni di chiamate e connessioni simultanee. Le banche devono registrare l’ordine preciso delle transazioni. Le reti elettriche devono coordinare produzione e distribuzione. I porti devono gestire navi, container e logistica. Ferrovie e aeroporti devono regolare rotte, decolli e atterraggi.

Se il segnale temporale viene disturbato, tutto questo non si spegne necessariamente di colpo. Può però iniziare a funzionare peggio: ritardi, errori, dati incoerenti, sistemi che non si fidano più l’uno dell’altro. È un po’ come un’orchestra: ogni musicista può essere bravissimo, ma se non c’è un tempo comune, la musica diventa caos.

Anche sul piano filosofico, questa immagine è interessante. Il tempo non è solo una quantità da misurare: è ciò che permette agli eventi di avere un ordine. Senza una sequenza condivisa, non sappiamo più cosa viene prima e cosa viene dopo. E se non sappiamo cosa viene prima e cosa viene dopo, diventa difficile attribuire responsabilità, prendere decisioni, verificare cause ed effetti.

Sant’Agostino, nelle Confessioni, si chiedeva che cosa fosse il tempo: se nessuno glielo chiedeva, diceva di saperlo; se provava a spiegarlo, non lo sapeva più. (5) È una delle intuizioni più celebri della filosofia occidentale: il tempo è familiare e misterioso insieme. Oggi potremmo dire che è invisibile e indispensabile. Non lo vediamo, ma quando manca, tutto vacilla.

Jamming e spoofing: disturbare l’orologio dell’avversario

Qui entra in gioco la dimensione geopolitica. I segnali satellitari possono essere disturbati. Il jamming blocca o rende inutilizzabile un segnale. Lo spoofing è ancora più subdolo: consiste nell’inviare un segnale falso, facendo credere a un sistema di trovarsi in un luogo, o in un tempo, diverso. Pensiamo, ad esempio, alle interferenze sui segnali GPS nelle zone di conflitto.

La guerra elettronica contemporanea non mira solo a distruggere asset strategici o interrompere comunicazioni. Mira a intaccare il rapporto tra il combattente e il mondo che lo circonda: posizione, tempo, distanza, direzione, bersaglio. Serve a produrre un mondo falso ma operativo: coordinate sbagliate, tempi alterati, bersagli ambigui, movimenti apparenti.

È la lezione antica del Macbeth: la foresta di Birnam non avanza davvero verso Dunsinane; sono i soldati a trasformarla in maschera. Ma per Macbeth, nel momento decisivo, quella finzione basta a rovesciare la realtà.

Il messaggio è chiaro: colpire i sistemi di navigazione e sincronizzazione non significa solo creare problemi tecnici. Significa esercitare pressione politica, militare ed economica sul rivale: anche la sincronizzazione del tempo può diventare un’arma.

Non è fantascienza. È già parte del modo in cui gli Stati competono sotto la soglia della guerra aperta: non più soltanto attraverso missili o carri armati, ma con di sturbi, segnali falsi, cyberattacchi e sabotaggi invisibili, capaci di precedere e condizionare le azioni sul terreno.

Parliamo di una delle trasformazioni decisive della guerra contemporanea: l’attacco non mira solo a distruggere, ma a disorientare. Non sempre vuole eliminare l’infrastruttura; spesso vuole renderla incerta. E nel mondo digitale l’incertezza temporale è una forma potentissima di disorientamento.

L’importanza dell’Artico

L’Artico è uno dei luoghi dove questa competizione è più evidente.

Con il cambiamento climatico, i ghiacci si riducono e si aprono nuove rotte marittime. La regione diventa più interessante per commercio, energia, risorse naturali e strategia militare. Stati Uniti, Canada, Russia, Paesi nordici, Cina, NATO, Unione Europea e anche l’Italia   guardano all’Artico con crescente attenzione: il nostro Paese ha adottato all’inizio di quest’anno il suo nuovo documento strategico sull’area (6) e le istituzioni UE stanno finalizzando l’aggiornamento della strategia artica europea del 2021.

L’Artico è un ambiente particolarmente difficile: rispetto ad altre aree del pianeta, le comunicazioni sono più complicate, le infrastrutture sono poche, le condizioni climatiche sono estreme e la copertura satellitare può essere più problematica. In una regione così vasta, remota e ostile, la capacità di sapere dove ci si trova, dove si stanno muovendo navi e aerei, quando arriva un segnale e quanto è affidabile diventa decisiva.

Qui la questione del tempo esce dai laboratori e diventa geopolitica concreta. Nell’Artico, navigazione, posizionamento e sincronizzazione temporale non sono servizi accessori: sono condizioni operative. Servono a coordinare traffico marittimo, attività scientifiche, pattugliamenti militari, telecomunicazioni, soccorsi, logistica energetica e controllo delle rotte. Un errore di posizione o di tempo può avere conseguenze molto più gravi che in aree dense di infrastrutture terrestri, perché le alternative sono poche e i margini di errore molto più ridotti.

Per questo, chi riesce a garantire navigazione, posizione e tempo affidabili nell’Artico ha un vantaggio non solo tecnico, ma strategico. Può rendere più sicura la propria presenza, proteggere meglio le proprie rotte, coordinare più efficacemente mezzi civili e militari, ridurre la dipendenza da sistemi esterni e offrire servizi essenziali ad altri attori. Al contrario, chi dipende da segnali vulnerabili, disturbabili o non ridondanti si espone a una forma silenziosa di pressione.

In questo senso, l’Artico mostra con particolare chiarezza il legame tra sovranità e sincronizzazione. Non basta rivendicare una rotta, una piattaforma, una base o una zona economica: bisogna poterla misurare, sorvegliare, collegare e regolare. Il controllo dello spazio passa attraverso il controllo del tempo: senza un tempo affidabile, anche la mappa diventa meno sicura.

Serentschy lo definisce un microcosmo delle sfide globali legate a posizionamento, navigazione e tempo. Ma si potrebbe usare un’immagine più antica e più concreta: l’Artico è il canarino nella miniera della sincronizzazione globale. Le sue fragilità — dipendenza dai satelliti, scarsità di sistemi alternativi, difficoltà di comunicazione, vulnerabilità al jamming e allo spoofing — mostrano in anticipo ciò che, in forme diverse, potrebbe riguardare anche porti, aeroporti, reti elettriche, mercati finanziari e sistemi militari in qualunque parte del mondo.

L’Artico è quindi una specie di laboratorio del futuro. Non solo perché il riscaldamento globale lo sta trasformando più rapidamente di altre regioni, ma perché lì si vede prima una verità destinata a diventare generale: nel mondo digitale, la sovranità non dipende soltanto dal possesso del territorio, ma dalla capacità di garantire coordinate affidabili, segnali sicuri e tempo sincronizzato.

Il salto quantistico

Quando si parla di tecnologie quantistiche, spesso si pensa subito ai computer. Sono importanti, certo, ma sono solo una parte della storia.

Le tecnologie quantistiche riguardano anche sensori, comunicazioni sicure e soprattutto orologi di nuova generazione. Gli orologi atomici sono già oggi estremamente precisi; quelli quantistici promettono una stabilità e un’accuratezza ancora maggiori.

Si parla di orologi quantistici capaci di contribuire, in futuro, alla ridefinizione del secondo, l’unità di base del tempo nel Sistema Internazionale di unità di misura. Oggi il secondo è legato all’atomo di cesio-133: equivale alla durata di 9.192.631.770 oscillazioni della radiazione prodotta da una specifica transizione energetica di quell’atomo. (7) Dietro questa definizione c’è il lavoro della metrologia internazionale, coordinato dal Bureau International des Poids et Mesures.

Ridefinire l’unità di misura del tempo è un’eventualità che sembra solo tecnica, ma che avrebbe effetti pratici enormi: significa intervenire sul fondamento stesso della coordinazione globale.

Tempo fa ho visitato, a Varsavia, la sede di un laboratorio metrologico, collegato al sistema internazionale che contribuisce alla costruzione dell’UTC, il Tempo Coordinato Universale, ossia il riferimento usato a livello mondiale per sincronizzare orologi, reti, satelliti, telecomunicazioni e sistemi digitali. Questo tempo comune nasce dal confronto continuo tra una rete di orologi atomici custoditi nei laboratori nazionali di diversi Paesi.

Sul display, molte piccole finestre mostravano il tempo scomposto nelle sue unità: ore, minuti, secondi, decimi, centesimi, millesimi, e poi frazioni sempre più piccole.

Le cifre più grandi scorrevano lentamente. Quelle dei secondi correvano più veloci. Quelle delle frazioni di secondo vorticavano a una velocità crescente. Poi, oltre una certa soglia, accadeva qualcosa di curioso: i numeri apparivano immobili. Non perché il tempo si fosse fermato, ma perché la variazione era diventata troppo rapida per essere percepita a occhio nudo.

È una buona immagine del nostro rapporto con il tempo tecnologico. Più lo misuriamo con precisione, meno riusciamo a percepirlo direttamente. Il tempo da cui dipendono reti, satelliti, mercati, sensori, eserciti e infrastrutture critiche non è più quello dell’esperienza umana: è un tempo invisibile, calcolato, sincronizzato, distribuito. E proprio per questo diventa strategico.

A prima vista sembra una questione da laboratorio: a cosa serve avere un orologio ancora più preciso degli attuali?

In realtà fa molta differenza. Una misura del tempo più precisa permette di creare reti più efficienti e sistemi finanziari più verificabili, consentire una navigazione più accurata, effettuare esperimenti scientifici nuovi, misurazioni della Terra più dettagliate e la progettazione di dispositivi meno dipendenti dai satelliti.

Con la relatività di Einstein, il tempo smette di essere un contenitore assoluto e identico per tutti: dipende dal movimento, dalla gravità e dalla posizione dell’osservatore. Non esiste, in senso fisico, un “tic tac” universale. Proprio per questo, le società tecnologiche hanno dovuto costruire sistemi sempre più sofisticati per definire un tempo comune.

Nei sistemi globali di navigazione satellitare questa tensione diventa fondamentale. Sappiamo che gli orologi in orbita non battono allo stesso ritmo di quelli terrestri: la gravità più debole li accelera, la velocità orbitale li rallenta.

Il risultato è uno scarto minuscolo, impercettibile all’esperienza umana, ma sufficiente a compromettere la precisione della localizzazione. Poiché questi sistemi calcolano la posizione misurando il tempo di viaggio dei segnali radio tra satellite e ricevitore, pochi microsecondi di errore possono diventare centinaia di metri sulla superficie terrestre.

Il GPS funziona quindi perché incorpora la relatività. Una teoria nata per ripensare la natura dello spazio e del tempo è diventata una condizione operativa della modernità: serve a tenere insieme il ritmo invisibile degli apparati digitali in tutto il mondo.

Il grande fisico Richard Feynman, con il suo stile diretto, ricordava spesso ai suoi studenti che la natura non è obbligata a conformarsi al nostro senso comune. La meccanica quantistica è proprio questo: una descrizione del mondo che funziona benissimo, anche quando sfida la nostra intuizione. Nel caso del tempo, il paradosso è simile: più vogliamo costruire strumenti pratici, affidabili e quotidiani, più dobbiamo appoggiarci a una fisica estremamente sofisticata.

In futuro, la sincronizzazione potrebbe basarsi non solo sui satelliti, ma su reti terrestri, fibra ottica, orologi quantistici distribuiti e sensori avanzati.

Questo potrebbe rendere le società più resilienti, ma potrebbe anche creare nuove competizioni: chi stabilisce gli standard? Chi produce gli strumenti? Chi controlla le reti? Chi certifica che quel tempo è affidabile?

Il punto politico: chi decide che ora è?

La domanda sembra assurda, ma non lo è: “chi decide il tempo ufficiale del mondo digitale?”

Oggi il tempo globale è frutto di cooperazione scientifica internazionale, misurazioni accurate da parte di istituti metrologici, standard condivisi e infrastrutture tecnologiche. Ma in un mondo sempre più diviso, anche gli standard possono diventare strumenti di influenza.

Lo abbiamo già visto in altri campi: 5G e 6G, semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud, cavi sottomarini, batterie, terre rare. Chi stabilisce uno standard, spesso crea un ecosistema economico e politico attorno ad esso.

Se un Paese o un gruppo di aziende diventasse dominante negli orologi quantistici, nei protocolli di sincronizzazione o nei sistemi alternativi al GPS, potrebbe acquisire un’influenza enorme. Non perché “possiede l’ora”, ma perché fornisce l’infrastruttura che permette agli altri di coordinarsi.

In filosofia politica, il potere non è solo comandare. È anche stabilire le condizioni entro cui gli altri agiscono. Chi controlla il linguaggio, le mappe, le unità di misura, le piattaforme o gli standard non obbliga necessariamente gli altri con la forza; li orienta. Il tempo appartiene a questa categoria: è un fondamento operativo dell’azione.

Il tempo è potere perché crea fiducia

Il punto decisivo non è soltanto che il tempo sia utile. È che il tempo produce fiducia.

Una transazione finanziaria è credibile perché sappiamo quando è avvenuta. Un ordine militare funziona solo se viene eseguito nella giusta sequenza. Una rete elettrica deve coordinare i suoi nodi nello stesso istante. La sincronizzazione del tempo non riguarda più solo la tecnica: è una condizione di affidabilità per telecomunicazioni, energia, finanza, difesa e infrastrutture critiche.

Senza tempo condiviso, non c’è coordinamento. Senza coordinamento, non c’è fiducia. E senza fiducia, le architetture complesse diventano fragili.

Ecco perché il tempo è potere: non perché lo vediamo, ma perché tutto il resto dipende da esso.

Qui il tema tecnico lascia intravedere una questione quasi filosofica: chi stabilisce il tempo comune contribuisce a definire la realtà comune. Se non concordiamo sull’ordine degli eventi, non concordiamo nemmeno pienamente su ciò che è accaduto.

Nelle società umane, la memoria, la giustizia, l’economia e la responsabilità dipendono tutte da una cronologia affidabile. In questo senso, la riflessione tecnica sul tempo come infrastruttura strategica può essere letta in chiave più ampia: chi controlla il riferimento temporale contribuisce a controllare l’ordine degli eventi.

Il rischio: dipendere da un solo orologio

Sarebbe un errore strategico pensare che basti avere un sistema principale e fidarsi di quello. Per anni molte reti hanno fatto affidamento soprattutto sul GPS. Ma se un Paese, un’impresa o un’infrastruttura critica dipende da un solo sistema, rischia di diventare vulnerabile.

La parola chiave è resilienza. Significa non dipendere da una sola fonte di tempo e posizione, ma combinare GPS, Galileo, altri sistemi satellitari, orologi locali, reti terrestri, fibra ottica, sistemi anti-jamming e procedure di emergenza. Significa anche sapere come reagire se il segnale viene disturbato o falsificato. Qui rientra l’allarme sul jamming dei segnali GNSS e sulla necessità di alternative robuste, come ricevitori multi-costellazione e nuove soluzioni PNT — Positioning, Navigation and Timing: l’insieme dei sistemi che permettono di determinare la posizione e orientare la navigazione.

Il tempo, di fatto, non è scandito da un unico centro mondiale, ma da una rete di orologi che devono continuamente parlarsi, controllarsi e correggersi a vicenda. Anche questa è una lezione filosofica, oltre che tecnica: non esiste sicurezza assoluta che possa essere riposta in un unico centro. I sistemi più robusti sono spesso quelli distribuiti, capaci di confronto, verifica e correzione. È vero per la scienza, è vero per la democrazia, ed è vero pure per il tempo.

È, in fondo, la lezione della scienza post-normale, secondo la formula di Silvio Funtowicz e Jerry Ravetz (8): quando i fatti sono incerti, i valori sono in discussione, gli interessi sono elevati e le decisioni sono urgenti, non basta affidarsi a un unico centro di calcolo o a una sola autorità tecnica. Servono confronto, pluralità di fonti, verifica reciproca e capacità condivisa di correggere gli errori.

Europa, imprese e resilienza temporale

Per l’Europa il tema è cruciale. Galileo (il sistema europeo di navigazione satellitare globale, finanziato dal bilancio UE e gestito da EUSPA, l’Agenzia dell’UE per il Programma Spaziale, con il supporto tecnico dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea) è un grande passo, ma non basta. (9)

Serve una strategia più ampia: investimenti in orologi quantistici, reti terrestri di backup, standard comuni, collaborazione tra ricerca, industria, difesa e telecomunicazioni. La questione del tempo è strettamente legata alla sovranità, alla dipendenza da infrastrutture esterne e alla necessità di diversificare i sistemi di sincronizzazione.

Anche le imprese, non solo quelle aerospaziali o militari, dovrebbero iniziare a prendere il tema sul serio. Banche, operatori telefonici, società energetiche, porti, aeroporti, cloud provider e grandi industrie devono chiedersi: se domani il segnale GPS fosse disturbato, cosa succederebbe ai nostri sistemi?

Questa non è paranoia. È normale gestione del rischio.

Qui la riflessione diventa molto concreta: ogni organizzazione dovrebbe sapere da dove “riceve il proprio tempo”. Sembra una domanda strana, ma è decisiva. Da quale sistema dipendono i nostri server? I nostri pagamenti? Le nostre reti? I nostri sensori? I nostri processi industriali?

La geopolitica classica chiedeva dove fossero fabbriche, materie prime, porti, strettoie marittime e infrastrutture critiche. La geopolitica digitale deve aggiungere una domanda più strana, ma non meno decisiva: dov’è il nostro tempo? In altri termini: da quali satelliti, orologi atomici, data center, standard internazionali e dispositivi di sincronizzazione dipende il funzionamento quotidiano delle nostre società?

La nuova meridiana dell’impero

Ogni impero ha bisogno di un orologio. Fin dall’antichità, il potere doveva produrre un tempo comune, fissato nei calendari, affidato agli gnomoni, reso pubblico: per convocare assemblee, regolare mercati, coordinare eserciti, riscuotere tributi, amministrare giustizia.

Prima che il tempo diventasse segnale, era ombra. La meridiana trasformava il movimento del sole in misura condivisa. Nella città antica, nel foro, nella piazza, nel centro simbolico del potere, l’ombra indicava a tutti lo stesso mezzogiorno. Non era soltanto uno strumento tecnico. Era un dispositivo pubblico di sincronizzazione.

La meridiana diceva alla comunità quando riunirsi, commerciare, pregare, amministrare, giudicare. Rendeva visibile l’ordine su cui si reggeva la vita della società. Il tempo non apparteneva al singolo: era esposto nello spazio comune, inciso nella pietra, affidato al cielo ma mediato dall’autorità della città.

Non è un dettaglio che Roma, capitale di un impero fondato su strade, eserciti, calendari, tributi e diritto, abbia trasformato anche la misura del tempo in gesto politico. L’orologio solare pubblico non serviva solo a conoscere l’ora. Serviva a dire che esisteva un centro capace di ordinare lo spazio e il tempo.

Oggi la meridiana imperiale non proietta più ombre nel foro: trasmette segnali dall’orbita. Il suo gnomone è una costellazione di satelliti; la sua lastra è la rete globale; la sua ombra è il timestamp che ordina transazioni, spostamenti, comunicazioni e comandi militari. Il GPS è, in questo senso, una meridiana americana nello spazio. Galileo ambisce a essere la meridiana europea, BeiDou quella cinese.

La questione non è soltanto filosofica, ma strategica: chi fornisce il tempo comune fornisce una parte dell’ordine comune. E chi dipende dal tempo altrui vive, pur senza accorgersene, dentro l’orologio di un altro.

La geopolitica del futuro non passerà solo da petrolio, chip, cavi sottomarini, intelligenza artificiale o spazio. Passerà anche dal tempo. Le tecnologie quantistiche rendono questa trasformazione ancora più decisiva: promettono di realizzare orologi e sensori molto più precisi, ma aprono nuove competizioni sugli standard, sulle infrastrutture e sulle dipendenze.

La grande domanda non è più soltanto: chi ha i satelliti migliori? È anche: chi garantisce il tempo più affidabile? Chi può proteggerlo? Chi può disturbare quello degli altri? Chi decide gli standard?

In fondo, il potere moderno non consiste solo nel controllare territori e risorse, ma anche nel controllare le condizioni che permettono a una società di funzionare. E una di queste condizioni, forse la più invisibile, è il tempo.

Il salto politico è qui: il tempo non misura più soltanto gli eventi. Li ordina, li abilita, li rende interoperabili, li espone alla competizione geopolitica. Diventa così una componente della sovranità contemporanea. Una società democratica non può limitarsi a usare il tempo che riceve. Deve sapere da dove viene, chi lo garantisce, chi può manipolarlo e quali poteri si nascondono dietro la sua apparente neutralità.

Perché il tempo comune non serve solo a far andare d’accordo gli orologi, ma a stabilire che cosa viene prima e che cosa viene dopo, che cosa è accaduto e quando.

È ciò che permette a una società di riconoscersi dentro una realtà condivisa.

 

(1) Dialogo tratto da Fracchia la belva umana, regia di Neri Parenti, 1981; battuta del Commissario Auricchio, interpretato da Lino Banfi.

(2) Georg Serentschy, Time as Power: The Hidden Battle for Global Time Synchronization, LinkedIn, 27 maggio 2026.

(3) Peter Galison, Einstein’s Clocks, Poincaré’s Maps: Empires of Time, New York, W. W. Norton, 2003.

(4) Michael A. Lombardi, An Evaluation of Dependencies of Critical Infrastructure Timing Systems on the Global Positioning System (GPS), NIST Technical Note 2189, National Institute of Standards and Technology, Gaithersburg, 2021.

(5) Agostino, Confessioni, libro XI; Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Milano, Adelphi, 2017.

(6) Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, La Politica Artica Italiana. L’Italia e l’Artico: i valori della cooperazione in una regione in rapida trasformazione, Roma, 2026.

(7) Bureau International des Poids et Mesures, The International System of Units, 9th ed., Sèvres, BIPM, 2019, sez. 2.3.1.

(8) Silvio O. Funtowicz e Jerome R. Ravetz, Science for the Post-Normal Age, Futures, vol. 25, n. 7, 1993, pp. 739-755.

(9) European Space Agency, What is Galileo?, documentazione istituzionale ESA.

 

Diego Brasioli

Avvertenza dell’Autore: le opinioni contenute in questo articolo sono espresse a titolo personale e non sono attribuibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano.

Testo pubblicato in: Rivista di Studi Politici Internazionali n. 3/2026

 

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