Mentre prosegue lo scrutinio dei seggi, l’unica cosa certa per Israele è la sua spaccatura. I primi exit poll avevano indicato nessun vincitore nel testa a testa tra il premier Netanyahu e e il suo rivale Eisenkot, ma ora gli scrutini (ancora parziali) indicano una rimonta del blocco di Netanyahu: ma non c’è maggioranza. La situazione per entrambi i blocchi è sostanzialmente di stallo politico.
Il blocco di Netanyahu risulterebbe ora in vantaggio e otterrebbe, secondo le proiezioni, 56 dei 120 seggi in parlamento, contro i 49 del blocco di opposizione e i 15 dei partiti arabi. I risultati sono comunque parziali con un unico elemento incontestato: l’avanzata dei partiti arabi che potrebbero costituire l’ago della bilancia e rappresentano la sorpresa di queste elezioni, le prime dopo la strage del 7 ottobre. Sono le elezioni più critiche degli ultimi anni che coincidono con i conflitti nell’area e che mettono a rischio la sicurezza di Israele, uno dei punti sui quali Netanyahu ha puntato la propria campagna elettorale, presentandosi come scudo necessario a salvare il futuro del Paese, forte anche dell’ultimo assist di Trump alla vigilia della consultazione. “Con Trump – ha detto il premier israeliano nel suo.ultimo comizio – abbiamo la possibilità storica di finire la minaccia iraniana”.
Ed è proprio la Casa Bianca a ricordare il proprio appoggio al premier e a parlare di “un’insperata rimonta se non una vittoria per Netanyahu”. Lo scrive in queste ore su Truth il presidente americano sottolineando il suo ruolo fondamentale: ‘la sua rimonta grazie a me”.
Difficile per ora il pronostico sull’esito elettorale. Il Likud come partito risulta ancora il primo e, sempre Trump, fa sapere che con il suo sostegno “Netanyahu è passato dal ko alla vittoria”. Dopo un silenzio immediatamente dopo i primi exit poll, Netanyahu fa sentire la sua voce: “E’ chiato che il Likud è il partito più grande” e si dice certo di formare un governo.
Ma i numeri indicano altro anche se le percentuali numeriche devono attendere l’esito definitivo. Netanyahu comunque ‘regge’. Se nessuno dei due blocchi raggiungesse la maggioranza entrerebbero in gioco i partiti arabi che incassano intanto un notevole successo.
E sono proprio loro a spaventare il premier: “Dobbiamo formare un ampio governo di destra nazionale e fare di tutto perché non venga formato un governo con il sostegno dei partiti arabi”, dichiara Netanyahu.
Il leader dei Democratici Yair Golan incalza: “Abbiamo l’opportunità di formare un governo con gli arabi”. Il leader dei Democratici torna così a esortare l’opposizione a fare un accordo con i partiti arabo-israeliani per un futuro governo: “Serve coraggio.Non abbiamo futuro se non la finiamo con il razzismo”, ha scritto su X.
Dal canto loro i partiti arabo-israeliani. prima del voto, hanno espresso la disponibilità a entrare in una coalizione di governo o sostenere un governo di minoranza dall’esterno, ma Eisenkot aveva respinto tale ipotesi e intanto lancia un duro attacco a Netanyahu, e si dice certo di formare un nuovo governo, escludendo l’ipotesi di nuove elezioni.
Ieri circa 7,3 milioni di cittadini hanno votato per la 26esima Knesset con un’affluenza record del 77,7%, la più alta dal 1999.
L’incertezza del voto pesa oggi sulla Borsa di Tel Aviv e anche lo shekel è in calo: i mercati considerano con preoccupazione la situazione di stallo, i dubbi sulla formazione del prossimo governo e i possibili orientamenti e contraccolpi.
Se nessuno formerà una maggioranza, in Israele potrebbero tenersi nuove elezioni a inizio 2027.
Marzia Giglioli



