Rosatom conserva il primato nucleare in Asia centrale, ma il suo vantaggio competitivo storico — tecnologia più credito di Stato russo — sta diventando insostenibile per Mosca. Il taglio di quasi metà del programma di investimenti 2026 mette sotto pressione Balkhash, e i partner regionali diversificano: la Cina entra come costruttore di nuovi impianti in Kazakistan e in Uzbekistan.
La forza sul terreno
Il 3 settembre Atomstroyexport, controllata di Rosatom, ha firmato il contratto EPC per la centrale di Balkhash, 2.400 MW nel distretto di Zhambyl, regione di Almaty: Rosatom era stata scelta l’anno precedente per guidare un consorzio internazionale e ora resta responsabile di progetto, progettazione e costituzione della catena di fornitori. In Uzbekistan i lavori del primo impianto nucleare del Paese sono partiti il 4 giugno 2026 a Forish, regione di Jizzakh, con la posa del primo calcestruzzo della fondazione dell’unità modulare: due VVER-1000 da 1.000 MW e due RITM-200N da 55 MW, per circa 2.110 MW e 17,2 miliardi di kWh annui attesi, a copertura di circa il 15% della domanda elettrica uzbeka. Sono i due pilastri visibili della presenza russa nella regione.
Il vincolo che si stringe
Sotto la superficie, però, il modello di Mosca — reattore e finanziamento agevolato in un pacchetto unico — è sotto stress. A luglio Rosatom ha ridotto di quasi la metà il programma di investimenti per il 2026; il vicedirettore generale per l’economia e le finanze Ilya Rebrov aveva già riconosciuto che le richieste di investimento delle imprese del gruppo nel 2025 superavano di quattro volte le risorse disponibili, e che il fabbisogno 2025-2030 cresce molto più in fretta dei ricavi operativi.
Balkhash è il caso esemplare: costo stimato 16,5 miliardi di dollari, con circa l’85% della costruzione finanziato da un prestito statale russo all’esportazione e il restante 15% a carico di Astana. Il problema non è l’impegno in sé, ma il suo profilo temporale: Mosca deve erogare capitali per anni prima di incassare i rimborsi, in un contesto di bilancio assorbito dalla guerra in Ucraina. Da qui i dubbi sul rispetto della scadenza indicativa di metà decennio.
La diversificazione dei partner
Kazakistan e Uzbekistan non stanno rompendo con Mosca: stanno costruendo alternative. Tashkent, riluttante a dipendere interamente dal finanziamento russo, a giugno ha corteggiato la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS per il finanziamento dell’impianto di Jizzakh; a settembre è emerso che un’azienda cinese costruirà un ulteriore impianto in Uzbekistan. Astana ha affidato alla China National Nuclear Corporation la guida di un nuovo impianto — la numerazione ufficiale degli impianti kazaki è ancora fluida nelle fonti — e ha in parallelo accordi con una società cinese per due centrali.
Il ragionamento è simmetrico in tutta la regione: la paura non è il nucleare russo in sé, ma la dipendenza esclusiva da un fornitore che resta padrone di combustibile, manutenzione e ciclo di vita dell’impianto per decenni. Il segnale arriva mentre Rosatom, fuori dall’Asia centrale, consolida posizioni altrove — Akkuyu in Turchia da circa 20 miliardi di dollari, El Dabaa in Egitto, intese nel Golfo, in Africa e nel Sud-Est asiatico — cioè in mercati dove la concorrenza occidentale è più debole e la leva politica russa più diretta.
Prospettive
Il punto non è il ritiro russo dall’Asia centrale, ma il cambio di natura della sua presenza: da fornitore unico a primus inter pares in un mercato dove entra Pechino, e potenzialmente Seul, Parigi e Washington. Tre scenari plausibili nei prossimi due-tre anni.
Slittamento senza rottura. Balkhash resta russo ma scivola nel tempo; Jizzakh avanza sulle unità modulari, più piccole e meno capital-intensive, come strumento per dimostrare progresso senza immobilizzare cassa. È lo scenario più probabile, perché nessuna delle parti ha interesse a un divorzio visibile.
Rinazionalizzazione del rischio. Astana e Tashkent spostano sul proprio bilancio e su banche multilaterali una quota crescente del costo, riducendo il peso del credito russo. Il prestito BRICS è il precedente: se funziona, diventa la formula standard, e la Russia vende tecnologia senza venderne il finanziamento — un modello meno redditizio e meno vincolante politicamente.
Consorzi misti. Rosatom si consolida come capofila tecnico dentro strutture con fornitori cinesi, coreani ed europei. È l’esito che Mosca ha già accettato sulla carta a Balkhash; il costo è la perdita del monopolio sull’intera catena del valore.
Quanto segue è analisi della testata, non ricostruzione documentata. Per l’Italia e per l’Europa la posta è indiretta ma reale: un’Asia centrale con più fornitori nucleari significa meno leva russa su uranio, combustibile e infrastruttura energetica regionale — e uno spazio, oggi poco coltivato, per la presenza europea nei servizi, nella formazione e nella sicurezza regolatoria. Sul piano del confronto con la Cina, invece, la partita si gioca soprattutto dentro il quadrante: Pechino non sta sostituendo Mosca, sta rendendola sostituibile.
(English version)
Rosatom retains its nuclear primacy in Central Asia, but its historic competitive advantage — technology plus Russian state credit — is becoming unsustainable for Moscow. The near-halving of the 2026 investment programme is putting Balkhash under pressure, and regional partners are diversifying: China is entering as a builder of new plants in Kazakhstan and Uzbekistan.
Strength on the ground
On 3 September Atomstroyexport, a Rosatom subsidiary, signed the EPC contract for the Balkhash plant, 2,400 MW in the Zhambyl district, Almaty region: Rosatom had been chosen the previous year to lead an international consortium and now remains responsible for the project, design and establishment of the supply chain. In Uzbekistan, work on the country’s first nuclear plant began on 4 June 2026 at Forish, Jizzakh region, with the pouring of the first concrete for the foundation of the modular unit: two 1,000 MW VVER-1000s and two 55 MW RITM-200N units, for roughly 2,110 MW and an expected 17.2 billion kWh per year, covering about 15% of Uzbek electricity demand. These are the two visible pillars of Russia’s presence in the region.
The tightening constraint
Beneath the surface, however, Moscow’s model — reactor and subsidised financing in a single package — is under strain. In July Rosatom nearly halved its investment programme for 2026; the deputy director general for economics and finance, Ilya Rebrov, had already acknowledged that the group’s companies’ investment requests in 2025 exceeded available resources fourfold, and that the 2025-2030 requirement is growing far faster than operating revenue.
Balkhash is the exemplary case: an estimated cost of $16.5 billion, with around 85% of construction financed by a Russian state export loan and the remaining 15% borne by Astana. The problem is not the commitment itself but its time profile: Moscow must disburse capital for years before collecting repayments, in a fiscal context absorbed by the war in Ukraine. Hence the doubts about meeting the indicative mid-decade deadline.
Diversification of partners
Kazakhstan and Uzbekistan are not breaking with Moscow: they are building alternatives. Tashkent, reluctant to depend entirely on Russian financing, in June courted the BRICS New Development Bank for financing of the Jizzakh plant; in September it emerged that a Chinese company will build a further plant in Uzbekistan. Astana has entrusted the China National Nuclear Corporation with leading a new plant — the official numbering of Kazakh plants is still fluid in the sources — and in parallel has agreements with a Chinese company for two power plants.
The reasoning is symmetrical across the region: the fear is not Russian nuclear power in itself, but exclusive dependence on a supplier that remains master of fuel, maintenance and the plant’s life cycle for decades. The signal comes as Rosatom, outside Central Asia, consolidates positions elsewhere — Akkuyu in Turkey at around $20 billion, El Dabaa in Egypt, understandings in the Gulf, in Africa and in Southeast Asia — that is, in markets where Western competition is weaker and Russian political leverage more direct.
Prospects
The point is not Russian withdrawal from Central Asia, but the change in the nature of its presence: from sole supplier to primus inter pares in a market where Beijing is entering, and potentially Seoul, Paris and Washington. Three plausible scenarios over the next two to three years.
Slippage without rupture. Balkhash remains Russian but slips in time; Jizzakh advances on modular units, smaller and less capital-intensive, as a tool to demonstrate progress without tying up cash. This is the most likely scenario, because none of the parties has an interest in a visible divorce.
Renationalisation of risk. Astana and Tashkent shift a growing share of the cost onto their own budgets and multilateral banks, reducing the weight of Russian credit. The BRICS loan is the precedent: if it works, it becomes the standard formula, and Russia sells technology without selling its financing — a less profitable and less politically binding model.
Mixed consortia. Rosatom consolidates itself as technical lead within structures with Chinese, Korean and European suppliers. This is the outcome Moscow has already accepted on paper at Balkhash; the cost is the loss of monopoly over the entire value chain.
What follows is The Global Eye’s analysis, not documented reconstruction. For Italy and for Europe the stake is indirect but real: a Central Asia with more nuclear suppliers means less Russian leverage over uranium, fuel and regional energy infrastructure — and a space, today little cultivated, for a European presence in services, training and regulatory safety. In terms of the contest with China, however, the game is played above all within the quadrant: Beijing is not replacing Moscow, it is making it replaceable.
Primary source: Rosatom Faces Growing Competition in Central Asia, Emil Advaliani, The Jamestown Foundation, 27 october 2026
Edited by The Global Eye and SIOI
Marco Emanuele



