A circa un mese dall’apertura dei negoziati di COP31 in Turchia, l’UNEP ha pubblicato il Emissions Gap Report 2026, intitolato The Point of Return. Per la prima volta in diciassette edizioni, gli autori non si limitano a esprimere scetticismo sul target di 1,5 °C: dichiarano “imminente e inevitabile” il suo superamento nei prossimi anni. Il rapporto nasce proprio per orientare i decisori che si riuniranno in Turchia il mese prossimo.
Il cambio di dottrina. La novità non è solo il tono, è l’impianto. Le edizioni precedenti misuravano la distanza tra gli impegni nazionali e ciò che servirebbe per restare sotto 1,5 °C. Questa ridefinisce il divario: studia scenari di sforamento e calcola cosa servirebbe per limitare il picco a 1,7–1,8 °C, per poi riportare le temperature giù fino a 1,5 °C entro il 2100 (con circa il 50% di probabilità), combinando tagli alle emissioni e rimozione del carbonio.
I numeri. Per centrare lo scenario di sforamento minimo servono tagli alle emissioni globali del 18% entro il 2030, 45% entro il 2035 e 69% entro il 2040, rispetto ai livelli 2025 — oltre a un triplo della capacità elettrica rinnovabile entro il 2035, la fine del carbone entro il 2040 e un aumento su larga scala della rimozione del carbonio. In netto contrasto, l’attuazione degli impegni esistenti produce solo il 5–8% al 2030 e l’11–15% al 2035, con un picco a circa 2,6 °C. Con le politiche attuali si arriva a 2,8 °C — stima peggiorata rispetto all’anno scorso, in parte per il ritiro degli Stati Uniti da Parigi e la retrazione dei suoi impegni di riduzione. Anche lo scenario in cui tutti rispettano gli impegni e i Paesi con target net-zero li centrano porta il picco a 2,1 °C.
Il costo dell’inerzia. “Ogni frazione di grado sopra 1,5 °C “aumenta il rischio di cambiamenti irreversibili, tra cui calotte glaciali, carbonio nel permafrost, circolazione oceanica e sistemi corallini, insieme a impatti umani devastanti”. Michael Mann (Università della Pennsylvania, non coinvolto nel rapporto) quantifica il ‘prezzo’: +0,1 °C taglia permanentemente il PIL globale di circa l’1,2% (oltre 1.200 miliardi di dollari l’anno) e spinge circa 140 milioni di persone in più dentro climi pericolosamente caldi. E il rapporto avverte: “Ogni cinque anni di emissioni di CO₂ ai livelli attuali spinge il picco di riscaldamento su di circa 0,1 °C”. La lettura alternativa arriva da Kate Marvel (Project Drawdown, anch’essa estranea al rapporto): “Non c’è niente di speciale in una data soglia di temperatura. L’unità di misura giusta non sono i gradi, sono le tonnellate. Superare 1,5 gradi è un segnale che non ci stiamo muovendo abbastanza in fretta, ma non significa che siamo condannati”.
Analisi geostrategica
1. Il multilateralismo climatico si ricompone a geometria variabile. Con gli Stati Uniti fuori dal quadro di Parigi, il centro di gravità negoziale si sposta su un asse UE–Cina–Paesi emergenti. Per Bruxelles è insieme un’occasione e un rischio: guadagna leadership morale, ma eredita da sola il costo politico interno della transizione.
2. Il clima entra nei dossier di sicurezza nazionale. Lo slittamento da “prevenire lo sforamento” a “gestire lo sforamento” è una decisione strategica: legittima spesa in adattamento, infrastrutture critiche, difesa costiera, sicurezza alimentare e idrica. La spesa climatica migra dai bilanci ambientali a quelli della difesa, con una logica da rischio assicurativo anziché da mitigazione.
3. L’ordine delle potenze è scritto nel divario. Chi emette di più ha meno incentivo a tagliare per primo; chi subisce di più ha meno leve per imporre tagli. La rimozione del carbonio — indicata come necessaria e mai dimostrata a scala — diventa un asset tecnologico conteso, paragonabile alle risorse energetiche del Novecento.
4. Vulnerabilità e credibilità sono la nuova valuta diplomatica. Il fatto che il peggioramento delle proiezioni sia attribuito esplicitamente al disimpegno di una grande potenza offre ai Paesi vulnerabili un argomento negoziale potente su responsabilità storiche, finanza climatica e perdite e danni.
Cosa aspettarsi
Il negoziato di COP31 si giocherà su tre piani sovrapposti, e su tutti e tre il rapporto ha già consegnato le carte.
Sul piano simbolico, si può prevedere che il testo finale riconosca lo sforamento come orizzonte e sposti la discussione dai target al contenimento del picco. La formula di Andersen — “finestra chiusa, ma riapribile” — è esattamente il compromesso linguistico che permette a tutti di firmare: ammette la sconfitta senza dichiararla. Il rischio è che diventi il modo più elegante per abbassare l’asticella senza dirlo.
Sul piano finanziario, la partita si sposta dai tagli all’adattamento e ai fondi per perdite e danni. È lì che i Paesi vulnerabili possono negoziare, ed è lì che i grandi emettitori preferiscono pagare invece di ridurre — un pagamento che, dati alla mano, non ricompra il grado perso.
Sul piano delle coalizioni, potrebbero definirsi iniziative a geometria variabile — club climatici, alleanze settoriali su metano, energia, deforestazione — capaci di avanzare senza l’unanimità ONU. La scadenza tecnica è già fissata: con +0,1 °C ogni cinque anni di emissioni invariate, il ciclo di ratchet quinquennale diventa un cronometro che nessuna delle traiettorie attuali è in grado di rispettare.
La domanda vera della COP31 non è più “come si rispetta Parigi”, ma chi tiene insieme l’accordo senza la potenza che lo ha reso possibile. E il rapporto indica che la finestra per rispondere non è un’era geologica: sono i prossimi due cicli di impegni nazionali, cioè il decennio che si apre proprio in Turchia.
Analisi basata su UN reports existing 1.5C warming limit is no longer achievable, Andrew Freedman, CNN, 21 ottobre 2026
A cura di The Global Eye e SIOI
Marco Emanuele



