Il 14 ottobre 2026, a margine dell’International AI Summit ospitato dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’UE, i ministri di 24 Stati membri hanno adottato la Dublin Declaration on Trustworthy, Safe and Sovereign Artificial Intelligence. Il testo individua sette priorità: sicurezza e resilienza dei sistemi IA; adozione dell’IA affidabile nel settore pubblico e nell’industria; sovranità europea; investimenti in infrastrutture, competenze e capacità di calcolo; sostenibilità; innovazione nel settore pubblico; cooperazione europea e internazionale sulla governance.
La dichiarazione non è un trattato e non crea obblighi giuridici nuovi: è un impegno politico, agganciato al quadro legislativo esistente — AI Act, GDPR, NIS2, regolamento sullo spazio europeo dei dati sanitari. Un passaggio del preambolo è però più rivelatore di tutti gli altri, perché ammette il punto debole dell’impianto: «la regolamentazione è necessaria ma non sufficiente», e l’Europa deve costruire «le capacità pratiche, le infrastrutture accessibili, gli ecosistemi di dati interoperabili e le competenze tecniche» necessarie a sviluppare e distribuire IA su scala.
Tradotto dalla diplomazia: abbiamo scritto le regole, ci mancano i mezzi.
Il vero asse geopolitico: chi c’era e chi non c’era
L’analisi della dichiarazione comincia dalla lista dei firmatari, e lì il quadro si fa interessante. Il formato è quello delle coalizioni di volenterosi, non dell’unanimità a Ventisette. È la stessa geometria che Bruxelles ha già usato su altre partite tecnologiche, e ha un vantaggio tattico preciso: consente di muoversi senza attendere i tempi di uno Stato membro riluttante. Il costo è speculare, e va detto: una dichiarazione firmata da una parte del blocco è un impegno politico di parte del blocco. Chi investe su quella base sta scommettendo su un perimetro che potrebbe non coincidere con quello del mercato unico. I Paesi firmatari sono: Irlanda; Austria; Belgio; Bulgaria; Cipro; Repubblica Ceca; Danimarca; Estonia; Finlandia; Francia; Germania; Ungheria; Italia; Lettonia; Lituania; Lussemburgo; Malta; Paesi Bassi; Polonia; Portogallo; Romania; Repubblica Slovacca; Spagna; Svezia.
Il secondo asse è la presenza, fisicamente in sala, del capitale americano. Al summit hanno parlato Brad Smith (Microsoft), Demis Hassabis (Google DeepMind) e Sarah Friar (OpenAI), insieme a dirigenti di AMD, Amazon, Anthropic, Intel, Meta, NVIDIA, Salesforce, SAP, Siemens e Zalando. L’Unione europea ha quindi varato un documento programmaticamente orientato alla sovranità in una cornice dove i costruttori di quella filiera — i fornitori statunitensi di chip e modelli — erano tra i protagonisti annunciati. Non è ipocrisia: è la struttura del problema. L’Europa può scrivere la sovranità nelle dichiarazioni mentre la acquista a listino, ogni trimestre, da aziende soggette alla giurisdizione di un’altra potenza.
Il linguaggio assertivo e la base materiale che lo smentisce
Il linguaggio della dichiarazione è assertivo. La base materiale racconta un’altra storia, e va guardata con realismo.
Oggi l’Unione europea ospita circa il 5% della capacità di calcolo mondiale dedicata all’IA, contro circa il 75% degli Stati Uniti e circa il 15% della Cina. Sul piano degli strumenti giuridici, l’Europa è l’unica delle tre a disporre di una legge vincolante e organizzata per livelli di rischio — l’AI Act — mentre gli Stati Uniti non hanno una legge federale unica sull’IA e la Cina procede attraverso la governance statale e la registrazione degli algoritmi. Sul piano degli strumenti politici internazionali, però, il confronto si rovescia: a Dublino l’Europa ha prodotto un impegno politico, la Cina un’organizzazione intergovernativa con sede a Shanghai.
Il dato del 5% è coerente tra le fonti e, cosa più importante, non è congiunturale: anche considerando tutti i progetti di data center attualmente in pipeline, la quota europea difficilmente supererà di molto il 5% entro il 2031, contro oltre il 70% statunitense e circa il 15% cinese. Il divario non si sta chiudendo — si sta consolidando.
Di fronte a questo, Bruxelles ha effettivamente messo denaro sul tavolo. La Commissione ha lanciato 19 AI Factory e 13 antenne nazionali, e mobilita oltre 30 miliardi di euro per un massimo di sette AI Gigafactory. Il Cloud and AI Development Act, una volta adottato, dovrebbe triplicare la capacità di calcolo europea nell’arco di 5-7 anni. Si aggiungono il fondo Scaleup Europe di 5 miliardi e il lavoro con il gruppo BEI per una nuova capacità di capitale pubblico da rendere operativa entro l’inizio del prossimo quadro finanziario pluriennale.
Il nodo è l’aritmetica. Trenta miliardi per sette gigafactory e una triplicazione quinquennale del calcolo partono da una base del 5%. Perfino un’esecuzione impeccabile lascia l’Europa in una posizione di dipendenza strutturale per il resto del decennio — e la finestra in cui si decide l’architettura dei modelli di frontiera è più corta di quella di ammortamento dei data center che stiamo finanziando.
Tre partite che la dichiarazione non risolve
Primo: la sovranità è un vincolo che opera in due direzioni. Più l’Europa alza i requisiti di sovranità su input e infrastrutture, più si espone a ritorsioni sui propri punti di forza — e i punti di forza europei sono esportazioni, non piattaforme. La proposta avanzata dal think tank Bruegel va nella direzione di non imporre condizioni di sovranità sugli input dell’infrastruttura IA, ma sugli output dei servizi, per esempio con etichette volontarie «computed in the EU» per i servizi venduti alla clientela europea. Sposta l’attrito dal collo di bottiglia — dove l’Europa non ha leva — al punto di vendita, dove il mercato unico è un vantaggio reale.
Secondo: la partita si gioca su due tavoli, non su uno. A luglio 2026, 29 Paesi hanno firmato a Shanghai l’atto costitutivo della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), con sede in Cina, improntata alla cooperazione tecnica e al capacity-building verso il Sud globale. WAICO non pone criteri politici o valoriali pregiudiziali per l’adesione e collega la questione dell’accesso a modelli e calcolo a quella della regolazione dei rischi. È esattamente ciò che la Dichiarazione di Dublino non fa: il testo di Dublino parla di collaborazione con «partner internazionali affidabili» e con «Paesi terzi affini» — categorie che presuppongono un allineamento valoriale preventivo. Un Paese che sta scegliendo dove agganciarsi chiede cosa ottiene, non quali valori condivide. Su questo terreno la proposta europea è più stretta, e arriva seconda.
Terzo: le regole sono già operative, e non aspettano la capacità. Dal 2 agosto la Commissione ha poteri di esecuzione e ha avviato i primi procedimenti ai sensi dell’AI Act, con richieste di informazioni sulla sicurezza ai fornitori di modelli avanzati. Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la sovranità tecnologica, ha riassunto la dottrina in una frase: le regole si applicano a tutti i modelli immessi sul mercato europeo, «che il fornitore abbia sede a Monaco, Shanghai o San Francisco». Sul piano giuridico è una posizione difendibile e coerente. Sul piano geopolitico introduce un’asimmetria che va riconosciuta: l’Europa esercita potere normativo prima di disporre di un’alternativa tecnologica. È la differenza tra definire le regole del gioco ed essere in grado di giocarlo, e tra le due cose c’è stato un 2026 di enforcement e nessun salto di capacità.
Cosa guardare nei prossimi dodici mesi
La Dichiarazione di Dublino va giudicata su tre indicatori verificabili, non sul suo preambolo.
Primo, il tasso di conversione: quanti dei 24 firmatari approvano entro il 2027 una strategia nazionale di IA con stanziamenti vincolati e pluriennali, e quanti invece si fermano alla firma ministeriale. Le cifre irlandesi annunciate in parallelo al summit — 21 milioni per l’acceleratore di startup IA, 120 milioni per la partecipazione ai progetti IPCEI al 2030, 200 milioni dal fondo DTIF — danno la misura dell’ordine di grandezza realistico: sono somme serie per una nazione piccola e insufficienti a spostare l’equilibrio continentale.
Secondo, la traiettoria della capacità di calcolo: se il Cloud and AI Development Act viene adottato con il suo obiettivo di triplicazione e se il capitale BEI diventa operativo prima della scadenza dell’attuale quadro finanziario. Questi due elementi sono l’unico ponte tra il linguaggio della dichiarazione e il dato del 5%.
Terzo, il perimetro esterno: quali Paesi terzi sceglieranno Dublino invece di Shanghai. È qui che la formulazione dei «partner affidabili» verrà messa alla prova dei fatti, perché ogni astensione dai due tavoli è, di fatto, un voto per chi offre accesso anziché criteri.
La Dichiarazione di Dublino è una dichiarazione di intenti ben scritta, firmata da una coalizione parziale, su un problema — il ritardo materiale europeo — che nessuna dichiarazione, per quanto ben scritta, è in grado di colmare. Il valore politico del documento è reale: ha dato un perimetro e un vocabolario comune a una parte significativa dell’Unione. Ma il metro con cui andrebbe letto è la clausola che i firmatari stessi hanno inserito nel preambolo e che vale come autovalutazione: la regolamentazione è necessaria ma non sufficiente. L’Europa ha appena riconosciuto per iscritto che la seconda metà della frase — le fabbriche, i chip, i modelli, le competenze — resta da costruire. Il 2026 si chiuderà senza che quella costruzione sia iniziata.
Analisi basata su Dublin Declaration on AI adopted by participating EU states, Digital Watch Observatory, 19 ottobre 2026
A cura di The Global Eye e SIOI



