La Turchia espande la propria strategia di sicurezza in Libia

Sulla base di Brian G. Karamuka, “Türkiye Expands its Security Strategy in Libya”, Jamestown Foundation — Terrorism Monitor, 9 ottobre 2026 – Türkiye Expands its Security Strategy in Libya

Ankara non punta più a vincere la partita libica: punta a diventare il paese senza il quale nessun assetto libico può funzionare. È un cambio di strategia che sposta la partita, ma anche il rischio.

Brian G. Karamuka individua un cambio di natura, non solo di intensità, nella politica turca verso la Libia: Ankara starebbe passando dall’intervento militare a sostegno di una fazione al brokeraggio della sicurezza di lungo periodo, coltivando partnership con entrambi i campi in cui il paese è diviso dal 2011. L’episodio simbolo che l’autore porta a sostegno della tesi è l’esercitazione ospitata in Turchia a fine maggio, dove per la prima volta militari allineati al Governo di Unità Nazionale — riconosciuto a livello internazionale — e al Libyan National Army (LNA) orientale si sono addestrati insieme sotto un’unica bandiera libica. È un dettaglio apparentemente tecnico che segnala invece un ribaltamento politico: fino a pochi anni fa la Turchia era il principale ostacolo militare all’avanzata dell’LNA su Tripoli, con droni Bayraktar TB2, consiglieri, intelligence e sistemi di difesa aerea schierati per fermarla. Ora Ankara prova a essere il garante che si siede al centro della scena, non a margine.

La traiettoria descritta è coerente e leggibile in tre fasi. Nella prima, tra il 2019 e il 2020, l’intervento turco salva il governo di Tripoli e produce il Memorandum d’intesa turco-libico del 2019, che intreccia cooperazione di sicurezza e delimitazione delle frontiere marittime nel Mediterraneo orientale: un documento che è insieme strumento militare e titolo giuridico nella disputa sulle zone economiche esclusive. La seconda fase è quella dell’istituzionalizzazione del piede militare: presenza navale nel porto di Misrata, operazioni ampliate dalla base aerea di Al-Watiya dopo la sua riconquista, addestramento e supporto logistico e tecnico estesi. La terza, quella in corso, è la diplomazia militare trasversale, con navi turche che nel 2025 hanno fatto scalo a Tripoli e a Bengasi nella stessa missione e consultazioni con vertici dell’est, incluso il vicecomandante dell’LNA, sotto la formula “One Libya, One Army”.

Il passaggio più rilevante per il diritto del mare è la possibilità, riferita dall’autore, che l’LNA consideri la ratifica del Memorandum marittimo del 2019 firmato dal governo di Tripoli. La visita di Khalifa Haftar ad Ankara risale all’aprile 2025 e le negoziazioni su esercitazioni navali congiunte, addestramento, supporto consultivo e possibile fornitura di Bayraktar TB2 al settembre 2025: sono tasselli di un percorso già avviato. Se la ratifica orientale arrivasse, l’accordo guadagnerebbe una legittimazione politica che oggi gli manca, con conseguenze dirette su Grecia, Cipro ed Egitto.

Qui sta il nodo geostrategico. La scommessa turca non è tanto sul controllo del territorio libico quanto sulla capacità di rendere irreversibile la propria posizione negoziale nel Mediterraneo orientale. La ratifica ‘orientale’ del Memorandum sposterebbe la partita da un contratto con una fazione a un’intesa con la Libia nella sua interezza — o almeno con la sua architettura militare prevalente — e renderebbe molto più costoso per Atene, Nicosia e Il Cairo contestarla. Allo stesso tempo, il modello turco si inserisce in una strategia più ampia di basi e appoggi commerciali lungo i corridoi marittimi africani, con Libia, Somalia e Sudan come porte rispettivamente sul Mediterraneo, sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano. Karamuka sottolinea come Ankara cerchi di differenziarsi da Russia e Cina presentandosi come partner flessibile, reattivo e operativamente capace per stati africani alle prese con insorgenze, gruppi islamisti e movimenti separatisti. È un posizionamento che vende competenza militare e velocità decisionale, non dottrina: la merce che i governi fragili comprano più volentieri.

Il rovescio della medaglia è tutto politico. Un broker della sicurezza che si siede con entrambe le parti può guadagnare centralità, ma assume anche la responsabilità dell’equilibrio che contribuisce a tenere in piedi: se l’LNA usa la cooperazione con Ankara per legittimarsi senza rinunciare alla propria autonomia, e se il governo di Tripoli la legge come un tradimento dell’alleanza che nel 2020 lo ha salvato, la Turchia rischia di essere garante di un assetto che nessuno dei due firmatari intende davvero rispettare. La dimensione egiziana ed emiratina resta la variabile meno controllabile: il Cairo ha interesse a che l’LNA non diventi un cliente turco, e Abu Dhabi ha investito troppo nella partita libica per accettare senza reagire un consolidamento di Ankara. A complicare il quadro c’è la frammentazione delle milizie, che rende ogni accordo firmato con un vertice non necessariamente vincolante alla base.

Per gli Stati Uniti, che l’autore cita tra i soggetti toccati dall’espansione turca, il problema non è l’identità del partner ma la prevedibilità dell’ordine risultante: una Libia stabilizzata sotto influenza turca è preferibile a una Libia contesa da Russia, Egitto ed Emirati, ma introduce una variabile in un Mediterraneo orientale dove Washington ha già un alleato greco e cipriota da non scontentare. È questo il punto in cui la tesi di Karamuka si fa più interessante di una semplice cronaca di espansione: la Turchia non sta conquistando la Libia, sta cercando di diventare il Paese senza il quale nessun assetto libico funziona. Se ci riesce, il Memorandum del 2019 smette di essere un documento contestato e diventa un fatto compiuto; se fallisce, resta il rischio di essere vista, alla fine dei conti, come una potenza che ha comprato l’accesso senza aver mai comprato la lealtà.

The Global Eye è in partnership con SIOI

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