L’Iran approfondisce i legami con la Cina nonostante l’assenza di sostegno militare

Sulla base di Javad Heiran-Nia, “Iran to Deepen PRC Ties Despite Lack of Military Support”, Jamestown Foundation — Terrorism Monitor, 9 ottobre 2026 – Iran to Deepen PRC Ties Despite Lack of Military Support

Teheran ha tratto dall’ultimo conflitto con Stati Uniti e Israele una conclusione controintuitiva: la Cina non l’ha difesa, eppure l’Iran si legherà a Pechino più di prima. Non è un paradosso, ma la logica di un sistema politico in cui la lettura del proprio interesse è affidata, in ultima istanza, agli apparati di sicurezza. La stessa dirigenza iraniana ha interiorizzato il limite del sostegno cinese senza trarne la conseguenza che un osservatore esterno si aspetterebbe — il raffreddamento. Ne ha ricavato invece una forma di relazione diversa, meno vincolante e per questo, dal suo punto di vista, più utile.

Da slogan rivoluzionario a dottrina di schieramento

La politica del “Look East” nasce dal “Né Est né Ovest” del 1979, formula con cui la Repubblica islamica rivendicava un ordine proprio, estraneo ai due blocchi. Sanzioni e isolamento hanno progressivamente svuotato quella neutralità, sostituendola con una convergenza pratica verso Russia e Cina. Il percorso non è però lineare, e l’articolo lo ricostruisce attraverso tre stagioni: con Mahmoud Ahmadinejad il “Look East” assume un tono ideologico e conflittuale verso l’Occidente; con Hassan Rouhani diventa complementare all’engagement con l’Occidente e opera dentro il quadro del JCPOA del 2015; sotto Ebrahim Raisi e dopo di lui, invece, si trasforma in una strategia esclusiva, sostituto dell’apertura all’Occidente. Lo materializzano l’accordo venticinquennale con Pechino, l’ingresso nella Shanghai Cooperation Organization e nei BRICS. A guidare questa conversione non è un calcolo commerciale, ma la prospettiva securitaria degli apparati militari, che nei due grandi partner orientali vede i poli dell’ordine internazionale che avanza — e che, con quest’argomento, condanna ogni rapporto con l’Occidente.

Il nodo: Pechino non ha sparato un colpo

Il conflitto ha reso visibile il limite di quella costruzione. La risposta cinese si è fermata alla diplomazia: appelli alla de-escalation, richiami alla sovranità nazionale, nessuna garanzia di sicurezza, nessun supporto operativo. Una linea che molti a Teheran hanno letto come “equilibrata” e “conservatrice”, e che ha alimentato un dubbio concreto sull’affidabilità del partner strategico.

Il punto più rivelatore è però un altro, ed è procedurale: Cina e Russia si sono astenute — non hanno posto il veto — sulla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che condannava gli attacchi iraniani contro i vicini regionali. Per Jalal Dehghani Firouzabadi, segretario del Consiglio strategico per le relazioni estere, Cina e Russia interagiscono con gli Stati Uniti dentro un modello di “great power management” e praticano verso il conflitto una neutralità positiva, che impone di mantenere una base di relazioni strategiche con tutte le parti in causa. È la spiegazione più fredda e più esatta dell’accaduto: Pechino non stava tradendo un alleato, stava gestendo un proprio posizionamento.

Due letture, un solo vincitore

Da qui si dirama il dibattito interno, che l’articolo ricostruisce come uno scontro fra due percorsi. I riformisti guardano al modello di sviluppo cinese — economia produttiva, apertura al mondo, attrazione di investimenti esteri — e ne fanno il partner ideale per rivitalizzare l’economia iraniana e rompere l’isolamento, senza però considerarlo un alleato strategico per il confronto futuro. Molti esperti iraniani insistono sulla stessa corda da un altro angolo: leggere la Cina con categorie da Guerra Fredda e pretendere da essa sostegno militare significa fraintendere una politica estera che non aderisce a un ordine fondato sulle alleanze militari; il principio cinese di non-allineamento e non-alleanza comporta che Pechino non sia impegnata a entrare in guerra se l’Iran viene attaccato. Non un difetto, dunque, ma un tratto strutturale.

I conservatori — con i gruppi militari-securitari in prima fila — rispondono con il modello russo: rafforzare la capacità militare, contare sulle entrate petrolifere, reggere il confronto con l’Occidente. La loro diffidenza verso l’apertura all’Occidente, nota l’analisi, non è solo strategica ma culturale: il timore è l’impatto che quella contaminazione avrebbe sulla società iraniana e, di riflesso, sulla tenuta dei propri slogan rivoluzionari, con la conseguente perdita di legittimazione davanti al pubblico. La nomina di Mohammad-Bagher Ghalibaf a rappresentante speciale per gli affari cinesi è il segnale più esplicito di quale lettura stia prevalendo.

Il dossier che vale più di un’ambasciata

Quella nomina merita di essere letta per intero, perché concentra in una persona l’intera architettura del rapporto. Ghalibaf è una figura conservatrice di primo piano, presidente del Parlamento, ed è stato proposto dal presidente Masoud Pezeshkian e approvato dal nuovo Leader supremo Mojtaba Khamenei: una convergenza senza precedenti fra istituzioni di potere, esecutivo, legislativo e vertice della Guida. Ma il dato decisivo è la sovrapposizione dei ruoli: Ghalibaf è un ex comandante del Corpo delle Guardie rivoluzionarie e guida la squadra negoziale iraniana con gli Stati Uniti. Questo triplice cappello gli consente di coordinare i sistemi militare, politico ed economico e di rimuovere gli ostacoli alla cooperazione con Pechino.

È qui che il disegno si mostra per quello che è: affidando il dossier cinese a Ghalibaf, l’Iran ha di fatto collegato i negoziati con Washington alla cooperazione con Pechino, usando la seconda come leva per accrescere il proprio potere contrattuale contro la pressione americana. Il precedente non è casuale: la carica era stata di Ali Larijani, figura chiave nella firma dell’accordo venticinquennale, e la scelta del successore segnala la determinazione a rimettere in moto quel documento.

Il modello che conviene a entrambi

Sullo sfondo c’è il ritorno operativo dell’accordo venticinquennale. La visita a Pechino del ministro degli Esteri Abbas Araghchi — la prima di un funzionario iraniano in Cina dall’inizio del conflitto — è descritta come una delle più importanti della storia iraniana, ed è servita non ad annunciare una posizione nuova sul documento, ma a ridefinire la posizione dell’Iran verso la Cina dopo la guerra e a costruire la fiducia necessaria ai passi successivi. Un preludio, quindi, a discussioni più serie sulla messa in funzione della cooperazione venticinquennale nell’era post-conflitto.

La forma che la relazione assume è il punto analiticamente più interessante: cooperazione senza impegno. L’Iran ha riconosciuto il limite del sostegno cinese, eppure lo considera compatibile con i propri interessi, perché gli apparati di sicurezza preferiscono l’indipendenza operativa a un’alleanza vincolante. Pechino, dal canto suo, non negozia con le istituzioni formali dello Stato iraniano ma con le reti operative legate al Corpo delle Guardie rivoluzionarie, che controllano una quota rilevante dell’economia e della sicurezza del Paese. È un’intesa che funziona proprio perché non chiede a nessuno dei due di esporsi: alla Cina un accesso senza obblighi di difesa, all’Iran un rapporto con il “polo” che immagina senza la subordinazione che un’alleanza vera comporterebbe.

E il vantaggio è reciproco nella sua asimmetria: il sostegno cinese a gruppi legati alla sicurezza restringe lo spazio perché riformisti e moderati conquistino potere, e rafforza la posizione dell’IRGC dentro l’architettura istituzionale iraniana. Se l’accordo — investimenti cinesi in infrastrutture, petrolio e settori militari in cambio di greggio a prezzo scontato — accelerasse, Pechino potrebbe diventare il principale ricostruttore dell’infrastruttura iraniana danneggiata.

Perché il corso non cambierà

Dopo oltre quarantacinque anni, sono le organizzazioni di sicurezza — non le presidenze che si sono succedute — a determinare la traiettoria della politica estera iraniana. I presidenti possono esercitarsi in un “piccolo gioco” di manovre diplomatiche, purché non alterino la struttura complessiva del potere. Il conflitto ha rivelato i limiti del sostegno cinese senza scalfire questa gerarchia: l’ha anzi rafforzata, perché sposta il baricentro verso chi, per vocazione, diffida delle alleanze vincolanti.

Il “Look East” ha ormai lasciato di essere una strategia puramente economica ed è diventato una dottrina sul futuro dell’ordine internazionale: Teheran parte dal presupposto che l’unipolarismo americano sia in declino e che il mondo vada verso il multipolarismo; si definisce potenza emergente di quel panorama e ritiene di aver bisogno di “allineamento strategico” con le potenze orientali per consolidare la propria posizione. Sanzioni e isolamento hanno reso Cina e Russia gli unici partner seri disponibili, e da questa angolazione quelle collaborazioni servono ad alzare il costo dello scontro per Washington. La conclusione dell’analisi è che l’Iran continuerà a guardare a Est non malgrado la delusione, ma attraverso di essa: la mancanza di impegno cinese non è l’eccezione da correggere, è il formato che entrambe le parti trovano conveniente, e che la dirigenza iraniana considera, in queste condizioni, la migliore e unica opzione di sopravvivenza.

The Global Eye è in partnership con SIOI

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