NATO dopo Ankara: il confine tra Euro-Atlantico e Indo-Pacifico

Il vertice NATO di Ankara, tenutosi in luglio, è stato al centro di una riunione dell’Indo-Pacific and Euro-Atlantic Hub for Shared Security Challenges, tenutasi il 5 agosto: una rete regionale lanciata lo scorso febbraio e aperta a think tank e università dei paesi NATO e dei quattro partner indo-pacifici dell’Alleanza — Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Dalle valutazioni degli analisti coinvolti (pubblicate da The Strategist) — Kevin Hamilton, Stephan Fruehling, Akira Igata, Serena Kelly, Euichan Shin e Aylin Matle — emerge un quadro coerente: Ankara non ha segnato una rottura, ma ha consolidato una traiettoria già avviata, spostando il baricentro della cooperazione dalla dimensione politico-strategica a quella tecnico-industriale.

Kevin Hamilton, vice segretario generale aggiunto della NATO per i partenariati, ricorda che la collaborazione con i partner indo-pacifici non è una novità: NATO e diversi partner hanno operato fianco a fianco nell’ISAF in Afghanistan e nei Balcani occidentali. La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ha però rappresentato un punto di svolta, rendendo evidente quanto Euro-Atlantico e Indo-Pacifico siano interconnessi. Il rafforzamento della base industriale dell’Alleanza è diventato un’area chiave della cooperazione, come indicato nella Dichiarazione di Ankara, e la NATO cerca sempre più di sfruttare i partenariati per massimizzare la cooperazione industriale della difesa. Il messaggio centrale del vertice, sottolineato dal segretario generale Mark Rutte, è che la NATO sta mantenendo gli impegni: gli investimenti nella difesa crescono, vengono consegnate nuove capacità, l’industria espande la produzione e gli alleati europei e il Canada si assumono maggiore responsabilità per la sicurezza comune — quello che Hamilton definisce il senso di una “NATO 3.0”, un’Europa più forte dentro un’Alleanza più forte. Hamilton tiene però a precisare un punto politico essenziale: il partenariato con gli IP4 non significa che la NATO si sia estesa all’Indo-Pacifico; l’Alleanza resta e resterà transatlantica, con l’obiettivo della difesa collettiva e della sicurezza della regione euro-atlantica.

Per il Giappone, osserva Akira Igata, del Research Center for Advanced Science and Technology dell’Università di Tokyo, Ankara non è stato un momento di svolta capace di trasformare radicalmente il rapporto con la NATO, ma ha avuto l’utilità di riconfermare la direzione già in atto. La tesi dell’interconnessione tra i due ambienti di sicurezza è ormai quasi un luogo comune tra l’Alleanza e i suoi partner indo-pacifici: tutte le parti condividono la volontà di approfondire la cooperazione in aree di interesse comune, e la partecipazione di rappresentanti governativi di alto livello ha inviato un segnale politico che consentirà alle burocrazie competenti di portare la cooperazione NATO-Giappone verso l’attuazione pratica. La cooperazione industriale-difensiva è tra le aree più promettenti, anche in coerenza con la revisione della politica di sicurezza giapponese e con gli sforzi di Tokyo per rafforzare la propria base industriale nazionale, assumendo maggiore responsabilità nel sostenere la deterrenza e nel contribuire alla stabilità internazionale.

La prospettiva sudcoreana, affidata a Euichan Shin, sposta l’accento sulla domanda operativa: non si tratta più di stabilire se le due regioni siano connesse, ma di capire come Seul e la NATO possano tradurre quella consapevolezza in cooperazione istituzionale. La proposta del presidente Lee Jae Myung di una “Korea-NATO Defence Industry Partnership 2.0” riflette questo cambiamento, puntando a superare la semplice vendita di armi in direzione di ricerca, produzione e gestione congiunta dei sistemi di difesa. Il negoziato su un accordo quadro per gli appalti e la partecipazione sudcoreana alla Science and Technology Organization della NATO attraverso il Science and Technology Enhanced Partnership potrebbero fornire la base giuridica e tecnica per questa evoluzione, mentre l’associazione della Corea del Sud al secondo pilastro di Horizon Europe rafforza i legami di ricerca con l’Europa su intelligenza artificiale, cybersicurezza, spazio e materiali avanzati — ambiti, questi, a duplice uso e capaci di mostrare cosa Seul può portare al partenariato.

Sul fronte tedesco ed europeo, Aylin Matle, del Center for Security and Defense del German Council on Foreign Relations, rileva che il vertice è stato molto netto sulla Russia: la dichiarazione di Ankara la indica esplicitamente come minaccia di lungo periodo, in toni più marcati rispetto al documento del 2025, non lasciando dubbi sulla priorità immediata dell’Alleanza. Per la Germania ciò consolida il discorso sulla Zeitenwende dell’ex cancelliere Olaf Scholz come linea di base permanente per la pianificazione della difesa. Diverso è il caso della Cina: la dichiarazione non la menziona direttamente e si limita a un linguaggio di “competizione strategica”. Questa vaghezza lascia aperta la domanda più importante sul coordinamento tra Euro-Atlantico e Indo-Pacifico: cosa, concretamente, sono disposti a fare gli alleati nei confronti di Pechino? Senza chiarezza sulla sostanza, il rischio è che il coordinamento tra NATO e IP4 si esaurisca restando piuttosto simbolico — occasioni fotografiche e incontri a margine anziché pianificazione congiunta su come gestire l’ascesa cinese. La traiettoria più probabile è di natura tecnica più che politico-strategica: cooperazione industriale-difensiva, interoperabilità e resilienza delle catene di approvvigionamento, aree in cui si possono ottenere guadagni concreti senza costringere gli alleati a prendere una posizione formale su Pechino. Per Berlino è un punto d’ingresso gestibile, ma resta un dilemma reale sull’impegno più profondo nell’Indo-Pacifico, con risorse già compresse da Russia e Ucraina.

La valutazione australiana, firmata da Stephan Fruehling e Serena Kelly, è la più misurata: l’aumento degli investimenti europei nella difesa, le nuove piattaforme di dialogo con l’industria e l’assenza di una rottura aperta tra Stati Uniti e leader alleati ad Ankara sono tutti esiti positivi per Canberra, ma l’importanza politica e pratica degli ultimi vertici — Ankara e L’Aia — è stata complessivamente minore rispetto ai precedenti, vista la brevità delle discussioni politiche e la concentrazione della NATO sulla propria trasformazione interna. Rimangono tre interessi australiani. Il primo è l’accesso alle discussioni politiche sulle operazioni a cui l’Australia partecipa o potrebbe partecipare: un interesse sospeso finché la NATO non tornerà a missioni fuori area. Il secondo è un accesso più ampio alle attività tecniche dell’Alleanza, rispetto a quello ottenuto due decenni fa su alcune attività del Partnership for Peace: oggi è più una questione di familiarità a livello di lavoro che di rimozione di barriere politiche. Il terzo è il dialogo strategico con gli alleati euro-atlantici, soprattutto sull’ascesa della Cina e sui legami tra i due teatri: un’esigenza mai venuta meno, ma il cui momento più alto resta il vertice di Madrid del 2022, con l’elaborazione del Concetto Strategico. Ed è proprio su quest’ultimo punto che si concentra l’attenzione residua, il che spiega perché a rappresentare l’Australia ad Ankara sia stato il ministro dell’Industria della Difesa, Pat Conroy.

Il filo che lega le sei letture è quindi un’ambiguità produttiva ma non priva di rischi: l’interconnessione tra i due teatri è acquisita come principio, la cooperazione industriale e tecnologica offre un terreno di avanzamento concreto perché non obbliga nessuno a schierarsi pubblicamente su Pechino, ma proprio questa elusione del nodo cinese rischia di trasformare il coordinamento NATO-IP4 in un esercizio di gestione tecnica anziché in una vera pianificazione strategica comune. Sul piano operativo, il contraccolpo maggiore riguarda l’Australia, che vede spostarsi i propri tre storici interessi — accesso politico, accesso tecnico, dialogo strategico — nel cono d’ombra di un’Alleanza ripiegata sulla propria riforma interna e sulle priorità europee, mentre la Germania si trova a fronteggiare il dilemma speculare di un impegno indo-pacifico più profondo senza risorse disponibili oltre quelle già assorbite dalla Russia.

Fonte: The Strategist – The Global Eye è in partnership con SIOI

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