Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha definito Nauru, minuscola nazione insulare del Pacifico, che conta circa 12.000 abitanti, “una delle più grandi amiche di Israele nella comunità internazionale”.
Poi è toccato alla Slovenia: Saar ha tagliato il nastro della nuova ambasciata a Lubiana, lodando il nuovo governo di centrodestra per il sostegno offerto a Israele in sede di Unione Europea, un atteggiamento che segna un netto cambiamento rispetto al passato, quando il Paese era stato uno dei più severi critici di Israele.
Ben diversa è stata la situazione a Londra, dove Israele ha subito uno dei più duri rimproveri diplomatici degli ultimi anni: un’iniziativa coordinata del Regno Unito e di altri 11 Paesi volta a imporre sanzioni e restrizioni commerciali legate agli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Da quasi un anno, Israele è privo di un ambasciatore a Londra: la nomina prescelta dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, quella del suo capo di gabinetto Tzachi Braverman, è stata bloccata a causa di un’indagine penale, lasciando così la carica vacante.
Questo scenario contrastante riflette una tendenza più ampia nelle relazioni estere di Israele: mentre i partner tradizionali dell’Europa occidentale si allontanano – perdendo la pazienza di fronte all’espansione degli insediamenti e all’escalation di violenza in Cisgiordania – il governo di destra sta rafforzando i legami con Paesi più piccoli o percepiti come ideologicamente più affini.
Nel settembre 2025, Gran Bretagna, Canada, Francia e oltre una dozzina di altri Stati occidentali hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Inoltre, nel giugno dello stesso anno, Regno Unito, Canada, Francia, Norvegia, Australia e Nuova Zelanda hanno annunciato una serie di sanzioni coordinate contro individui e reti accusati di finanziare e favorire le violenze dei coloni.
Alcuni di questi Stati hanno adottato ulteriori misure punitive: la Francia ha vietato l’ingresso nel Paese al Ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich, mentre l’Italia ha aperto un’inchiesta sul Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir in merito al trattamento riservato ad attivisti detenuti – tra cui alcuni cittadini italiani – dopo che Israele aveva intercettato una flottiglia di aiuti diretta a Gaza. I Paesi Bassi hanno dichiarato sia Ben Gvir che Smotrich “persona non grata” e hanno approvato il divieto di importazione di merci provenienti dagli insediamenti.
Non tutte le proposte hanno avuto successo e, finora, Israele è riuscito a frenare iniziative più ampie da parte dell’UE. Per anni, Israele ha sfruttato il governo di Viktor Orbán in Ungheria per bloccare le misure dell’Unione. Ora, in seguito a un cambio di leadership a Budapest, la Slovenia ha preso di fatto il posto dell’Ungheria come referente di Israele a Bruxelles. L’iniziativa di Francia e Svezia volta a ottenere un divieto UE sul commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti è stata bloccata, così come i tentativi di escludere Israele dal programma di punta dell’UE per la ricerca, “Horizon”.
Secondo Rémi Daniel, dell’Institute for National Security Studies (INSS) israeliano, l’unica nota positiva per Israele è che Germania e Italia, finora, si sono limitate a dichiarazioni verbali senza aderire alle sanzioni. Tuttavia, la tendenza resta preoccupante: osservando i rapporti di forza all’interno dell’UE, “l’area centrale, che spesso determina gli equilibri, si sta orientando sempre più contro Israele”.
Mentre i legami con alcuni alleati dell’Europa occidentale si incrinano, altri stanno rafforzando la propria alleanza con Israele attraverso accordi nel settore della difesa. Il mese scorso, Israele ha siglato con la Grecia un contratto da 3,5 miliardi di dollari per la difesa aerea, uno dei più ingenti accordi sugli armamenti nella storia del Paese. Inoltre, all’inizio del 2026, la Israel Aerospace Industries ha firmato un accordo da 3,1 miliardi di dollari con la Germania per incrementare la fornitura di sistemi di intercettazione missilistica Arrow.
Sa’ar ha annunciato la chiusura del Consolato Generale britannico a Gerusalemme, la cessazione dell’addestramento britannico per le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese e il divieto di ingresso per una dozzina di funzionari e parlamentari britannici.
Il mese scorso, in un podcast, Netanyahu ha definito il Regno Unito “Repubblica Islamica di Gran Bretagna” e ha accusato il presidente francese Emmanuel Macron di alimentare l’antisemitismo riconoscendo uno Stato palestinese.
Mentre si raffreddano i rapporti con alcuni alleati occidentali – e persino l’amministrazione Trump negli Stati Uniti, pur amichevole, appare sempre più frustrata dalla violenza dei coloni – Israele sta concentrando le proprie energie su altre regioni, ridisegnando la mappa delle sue relazioni internazionali.
Dopo aver proclamato il 2026 “Anno del Sud America”, Sa’ar ha visitato Argentina, Ecuador, Paraguay e Colombia, ripristinando i rapporti con Bolivia, Cile e Honduras. Ha inoltre aperto un canale di comunicazione con il Venezuela per la prima volta dal 2009, inviando squadre di soccorso il mese scorso per prestare assistenza in seguito a un terremoto.
Sono state inaugurate nuove ambasciate israeliane in Zambia, Estonia, Moldavia, Fiji e Slovenia. Israele è inoltre diventato il primo Paese al mondo a riconoscere come Stato indipendente l’autoproclamata Repubblica del Somaliland. Il Somaliland ha successivamente aperto un’ambasciata a Gerusalemme, città che ospita le sedi diplomatiche di meno di dieci Paesi, inclusi gli Stati Uniti. Anche Argentina, Colombia, Costa Rica e Repubblica Democratica del Congo hanno manifestato l’intenzione di unirsi a questo elenco.
Daniel Shek, ex ambasciatore israeliano in Francia, sostiene che questo cambio di rotta comporti un costo reale e afferma che il governo sta compromettendo relazioni costruite nel corso di decenni sulla base di interessi comuni in ambito economico, scientifico, culturale e della sicurezza.
I paesi coinvolti nelle sanzioni, ha osservato, non sono ideologicamente ostili a Israele, ma criticano le azioni intraprese sotto la guida di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. “Francia, Gran Bretagna, Italia e Paesi Bassi sono paesi amici ormai stanchi del comportamento di questo governo israeliano”.
Shek fa notare che le sanzioni colpiscono gli insediamenti, e non Israele in quanto tale, e che il loro impatto pratico, per il momento, è limitato. Tuttavia, avverte, non vanno sottovalutate.
Fonte: CNN/Tai Shalev
The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale



