Secondo Il Foglio del 5 settembre 2026, il messaggio che arriva dal comandante supremo della NATO in Europa, Alexus G. Grynkewich, e’ netto: la Russia resta la minaccia più significativa per la sicurezza euro-atlantica, e l’errore più grave che l’Europa potrebbe compiere oggi sarebbe sottovalutarne tempi, intenzioni e capacità di pressione. L’intervista non va letta solo come riaffermazione di linea atlantica, ma come un tentativo di ricollocare la questione russa dentro una grammatica strategica più dura, nel momento in cui l’Europa entra in una fase politicamente fragile e più esposta alla tentazione di relativizzare il pericolo.
Il primo elemento decisivo è che la minaccia russa viene descritta non come ipotesi remota, ma come pressione già in atto. Il riferimento a droni che sorvolano l’Europa, minacce agli aeroporti, incursioni nei cieli dell’Alleanza e provocazioni continue indica che la Russia non sta semplicemente combattendo in Ucraina: sta già lavorando per testare la tenuta politico-militare dell’Europa e per abituarla a una soglia crescente di intimidazione. Questo sposta il focus dal solo teatro ucraino alla profondità strategica del continente.
Il secondo punto chiave riguarda il tempo della preparazione europea. L’intervista mette al centro la questione che oggi conta più di tutte: quanto tempo abbia l’Europa per costruire una deterrenza credibile prima che Mosca possa tentare un’ulteriore prova di forza, anche limitata, contro l’Alleanza. In questo senso, il richiamo al principio latino si vis pacem, para bellum non è semplice retorica militare. Come emerge da Il Foglio, serve a riaffermare una tesi precisa: la pace non si preserva con l’inerzia o con l’ambiguità, ma con preparazione, robustezza e continuità degli impegni.
Molto rilevante è anche la distinzione tra il piano militare e quello politico. Grynkewich sottolinea che la NATO, quando deve rispondere, può farlo e lo farà; ma al tempo stesso ricorda che l’Articolo 5 resta, in ultima analisi, una decisione politica. Questo è un passaggio importante, perchè mostra che la deterrenza non dipende soltanto da mezzi e posture operative, ma dalla coesione e dalla volontà dei governi alleati. In altre parole, la vulnerabilità dell’Europa non è solo materiale: è anche politica. E’ qui che la minaccia russa può cercare di insinuarsi più facilmente.
Il dossier della Groenlandia e dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca allarga ulteriormente il quadro. L’insistenza sull’incrollabilità dell’Articolo 5 serve anche a chiarire che le garanzie NATO valgono per l’intero spazio dell’Alleanza, comprese le aree più sensibili e più esposte alla pressione geostrategica. Il fatto che il tema venga evocato segnala che il fronte euro-atlantico non va letto solo in chiave est-europea, ma in una prospettiva più ampia che comprende anche Artico, Nord Atlantico e margini estremi dello spazio alleato.
C’è poi un punto molto politico, forse il più delicato per l’Europa di oggi. Il Foglio collega esplicitamente questa riaffermazione della minaccia russa al contesto della campagna elettorale italiana ed europea, in cui prosperano leadership che minimizzano il rischio proveniente da Mosca, demonizzano i paesi aggrediti e trasformano strumenti di difesa come la NATO in bersagli polemici. Qui l’intervista assume un significato ulteriore: non è solo un messaggio strategico verso il Cremlino, ma anche un avvertimento verso le opinioni pubbliche occidentali. La vera partita si gioca infatti sulla tenuta del consenso democratico attorno alla deterrenza, al sostegno all’Ucraina e alla percezione della minaccia.
Il quadro delineato da Il Foglio del 5 settembre 2026 mostra che l’Europa si trova in una fase in cui la deterrenza deve diventare insieme militare, industriale e politica. Militare, perchè la Russia resta un attore revisionista capace di provocazione e pressione crescente. Industriale, perchè la credibilità difensiva richiede investimenti, continuità produttiva e prontezza operativa. Politica, perchè senza coesione interna e senza una chiara consapevolezza della minaccia, anche i meccanismi formali dell’Alleanza rischiano di essere indeboliti. In questo senso, il vero banco di prova non è soltanto la capacità della NATO di reagire a Mosca, ma la capacità dell’Europa di non disarmarsi mentalmente prima ancora che militarmente.
M.E.
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