Complessità e Metamorfosi – Today’s Global Trends (4 settembre 2026)

La giornata consegna un quadro in cui guerra, climate divide, fragilità della governance globale e sicurezza dello spazio civico-digitale si intrecciano in modo sempre più stretto. I contributi non raccontano crisi isolate, ma la progressiva metamorfosi del sistema internazionale in un ambiente dove pressione militare, polarizzazione socio-politica, disuguaglianza climatica e strumenti di controllo tecnologico si alimentano reciprocamente. Il tratto comune è che il conflitto non si limita più ai fronti armati: entra nelle istituzioni, nei processi elettorali, nelle infrastrutture di connettività e perfino nelle condizioni materiali di sopravvivenza delle popolazioni.

Il baricentro più esplosivo resta il Levante, in particolare Gaza. Il ritorno, nel dibattito politico israeliano, di proposte per l’allontanamento della popolazione palestinese riporta la guerra su un terreno ancora più sensibile: non solo quello della devastazione militare, ma quello della possibile riconfigurazione demografica e territoriale del conflitto. La centralità elettorale di questo linguaggio mostra che la questione non è pià confinata ai margini dell’estrema destra, ma tende a entrare nel campo delle opzioni politicamente mobilitanti. Per i palestinesi, questo riapre il timore di una nuova Nakba; per l’intero quadrante regionale, segnala che la guerra può essere usata non soltanto per contenere Hamas, ma per ridefinire strutturalmente il futuro di Gaza. La conseguenza geostrategica è pesante: se l’orizzonte si sposta dalla tregua alla trasformazione forzata dello spazio umano, la crisi esce definitivamente dal perimetro della gestione diplomatica tradizionale.

Nello stesso spazio mediorientale si colloca il caso della Siria, ma con una logica diversa e per certi versi complementare. L’idea di un grande riassetto digitale per fare del Paese un hub di connettività tra Mediterraneo e Oceano Indiano suggerisce che Damasco provi a immaginare una via di reinserimento regionale e internazionale non solo attraverso la sicurezza o la diplomazia, ma attraverso le infrastrutture. E’ un segnale importante perchè mostra come, anche in aree segnate da guerra e isolamento, la connettività torni a essere pensata come leva di potere, di riposizionamento e di legittimazione. In prospettiva, il digitale non appare qui come semplice modernizzazione tecnica, ma come tentativo di rientrare nella geografia dei flussi commerciali e strategici.

Il secondo asse forte della giornata è il clima come nuova linea di frattura sistemica. Il contributo sul mondo diviso in due dai cambiamenti climatici suggerisce che la questione ambientale non possa più essere trattata come sfondo universale o problema omogeneo. Il climate change agisce ormai come moltiplicatore di asimmetrie, separando chi ha risorse, capacità’ adattive e tecnologie di mitigazione da chi subisce shock sempre più intensi con margini minori di risposta. Questa biforcazione non + solo economica o ambientale: è geopolitica. Produce gerarchie nuove, ridefinisce accesso a sicurezza alimentare, acqua, infrastrutture e mobilità, e prepara un mondo in cui la vulnerabilità climatica diventerà sempre di più anche vulnerabilità strategica.

Su questo sfondo si innesta il tema del G20 di Asheville, descritto come spazio di doppiezza e frattura sul futuro globale. Il vertice sembra rappresentare bene la condizione del multilateralismo attuale: formalmente ancora operativo, ma sostanzialmente attraversato da visioni divergenti su crescita, sicurezza, transizione, catene del valore, tecnologia e ordine internazionale. Le “due facce” del G20 rimandano proprio a questo: da una parte il tentativo di preservare un linguaggio comune; dall’altra l’emersione sempre più netta di blocchi, interessi e temporalità diverse. Il problema non è solo che il consenso è difficile; è che la grammatica condivisa del futuro si sta consumando. Questo rende ogni forum globale meno capace di anticipare le crisi e più esposto a ratificare divisioni già avvenute.

Un altro filone importante della giornata riguarda il rapporto tra tecnologia, sicurezza umana e diritti. Il richiamo al rapporto UNICEF su sfruttamento sessuale dei minori facilitato dalla tecnologia mostra con forza che il cyberspazio non è soltanto ambito di innovazione o competizione strategica, ma anche spazio di vulnerabilità profonda. Qui la geostrategia entra in un territorio spesso trascurato: la qualità politica e normativa dell’ambiente digitale incide direttamente sulla sicurezza delle nuove generazioni, sulla salute mentale, sulla fiducia sociale e sulla capacità delle istituzioni di proteggere i soggetti più fragili. La sicurezza online dei minori emerge quindi come banco di prova della credibilità dell’ordine digitale contemporaneo.

Allo stesso modo, il contributo sulla guerra in Sudan alimentata da reti esterne di reclutamento, logistica, armi e droni conferma che molti conflitti contemporanei non sono più pienamente leggibili come guerre interne. Sono guerre locali sostenute da filiere transnazionali della violenza, in cui mercenari, facilitatori logistici e fornitori di tecnologia aumentano letalità e durata dello scontro. Questo caso  mostra un altro volto della metamorfosi del conflitto: la dispersione delle responsabilità lungo catene esterne rende più difficile tanto la protezione dei civili quanto l’efficacia delle pressioni internazionali.

Infine, il dossier serbo sugli spyware Pegasus e NoviSpy apre il fronte della sicurezza democratica nell’era della sorveglianza intrusiva. Il fatto che studenti, attivisti ed esponenti dell’opposizione siano stati presi di mira in una fase politicamente sensibile indica che la sorveglianza digitale non è solo questione di intelligence o criminalità informatica, ma potenziale strumento di pressione sul pluralismo, sull’organizzazione politica e sulla libertà di espressione. Il punto geostrategico qui è molto chiaro: in Europa e nei Balcani la resilienza democratica dipenderà sempre più dalla capacità di governare l’uso di tecnologie intrusive, di imporre oversight indipendente e di proteggere l’integrità dello spazio civico-digitale.

Mettendo insieme tutti questi contributi, emerge una tesi precisa. La complessità del mondo oggi si organizza intorno alla gestione dei margini di vulnerabilità: vulnerabilità territoriale a Gaza, vulnerabilità climatica su scala globale, vulnerabilià’ del multilateralismo al G20, vulnerabilità umana nello spazio digitale, vulnerabilità dei civili nelle guerre esternalizzate, vulnerabilità democratica nelle società sorvegliate. Non si tratta di temi separati, ma di differenti espressioni di un sistema internazionale che tende sempre più a governare attraverso il controllo del rischio, spesso senza riuscire davvero a ridurlo.

La guerra si fa demografica oltre che militare. Il clima si fa divisivo oltre che ambientale. La connettività si fa potere oltre che sviluppo. La sorveglianza si fa strumento politico oltre che tecnologico. E il multilateralismo si fa arena di frattura oltre che sede di (ormai fragile) coordinamento. E’ in questa sovrapposizione di crisi e metamorfosi che prende forma il paesaggio strategico del presente.

(English Version) 

The day delivers a world in which war, the climate divide, the fragility of global governance, and the security of the civic-digital space are becoming ever more tightly intertwined. The contributions do not describe isolated crises, but the progressive metamorphosis of the international system into an environment where military pressure, socio-political polarization, climate inequality, and instruments of technological control increasingly feed into one another. The common thread is that conflict is no longer confined to armed fronts: it enters institutions, electoral processes, connectivity infrastructures, and even the material conditions of survival of entire populations.

The most explosive center of gravity remains the Levant, and in particular Gaza. The return, in Israeli political debate, of proposals for the removal of the Palestinian population brings the war onto an even more sensitive terrain: not only that of military devastation, but that of the possible demographic and territorial reconfiguration of the conflict. The electoral centrality of this language shows that the issue is no longer confined to the margins of the far right, but is moving into the field of politically mobilizing options. For Palestinians, this reopens the fear of a new Nakba; for the broader regional landscape, it signals that the war may be used not only to contain Hamas, but to structurally redefine the future of Gaza. The geostrategic consequence is severe: if the horizon shifts from truce to the forced transformation of human space, the crisis moves definitively beyond the perimeter of traditional diplomatic management.

Within the same Middle Eastern space lies the case of Syria, though according to a different and in some ways complementary logic. The idea of a major digital overhaul aimed at turning the country into a connectivity hub between the Mediterranean and the Indian Ocean suggests that Damascus is trying to imagine a path of regional and international reintegration not only through security or diplomacy, but through infrastructure. This is an important signal because it shows how, even in areas marked by war and isolation, connectivity is once again being conceived as a lever of power, repositioning, and legitimacy. From this perspective, the digital sphere appears not as mere technical modernization, but as an attempt to re-enter the geography of strategic and commercial flows.

The second strong axis of the day is climate as a new line of systemic fracture. The contribution on a world divided in two by climate change suggests that the environmental question can no longer be treated as a universal backdrop or as a homogeneous problem. Climate change now acts as a multiplier of asymmetries, separating those with resources, adaptive capacities, and mitigation technologies from those that endure increasingly intense shocks with far narrower margins of response. This bifurcation is not only economic or environmental: it is geopolitical. It produces new hierarchies, reshapes access to food security, water, infrastructure, and mobility, and prepares a world in which climate vulnerability will increasingly become strategic vulnerability as well.

Against this background comes the theme of the G20 in Asheville, described as a space of duality and fracture over the global future. The summit seems to represent well the condition of today’s multilateralism: formally still functioning, but in substance increasingly crossed by divergent visions of growth, security, transition, value chains, technology, and international order. The “two faces” of the G20 point precisely to this: on the one hand, the attempt to preserve a common language; on the other, the ever clearer emergence of different blocs, interests, and political temporalities. The problem is not only that consensus is difficult; it is that the shared grammar of the future is wearing thin. This makes every global forum less able to anticipate crises and more exposed to merely ratifying divisions that have already taken shape.

Another important strand of the day concerns the relationship between technology, human security, and rights. The reference to the UNICEF report on technology-facilitated sexual exploitation of minors powerfully shows that cyberspace is not only a domain of innovation or strategic competition, but also a space of deep vulnerability. Here geostrategy enters a territory too often neglected: the political and normative quality of the digital environment directly affects the safety of younger generations, mental health, social trust, and the ability of institutions to protect the most vulnerable. The online safety of children thus emerges as a test of the credibility of the contemporary digital order.

In the same way, the contribution on the war in Sudan, fueled by external networks of recruitment, logistics, weapons, and drones, confirms that many contemporary conflicts can no longer be fully understood as internal wars. They are local wars sustained by transnational supply chains of violence, in which mercenaries, logistical facilitators, and technology suppliers increase both the lethality and the duration of the conflict. This case shows another face of the metamorphosis of war: the dispersion of responsibility along external chains makes it more difficult both to protect civilians and to make international pressure effective.

Finally, the Serbian dossier on spyware such as Pegasus and NoviSpy opens the front of democratic security in the age of intrusive surveillance. The fact that students, activists, and opposition figures were targeted during a politically sensitive phase shows that digital surveillance is not only a matter of intelligence or cybercrime, but a potential instrument of pressure on pluralism, political organization, and freedom of expression. The geostrategic point here is very clear: in Europe and the Balkans, democratic resilience will increasingly depend on the ability to govern the use of intrusive technologies, impose independent oversight, and protect the integrity of civic-digital space.

Taken together, all these contributions point to a precise thesis. The complexity of today’s world is increasingly organized around the management of margins of vulnerability: territorial vulnerability in Gaza, infrastructural vulnerability in Syria, climate vulnerability on a global scale, the vulnerability of multilateralism at the G20, human vulnerability in the digital space, the vulnerability of civilians in outsourced wars, and democratic vulnerability in surveilled societies. These are not separate issues, but different expressions of an international system that increasingly seeks to govern through the control of risk, often without truly succeeding in reducing it.

Today’s geostrategic synthesis is that the world is not only changing its balance: it is changing its structure. War is becoming demographic as well as military. Climate is becoming divisive as well as environmental. Connectivity is becoming power as well as development. Surveillance is becoming political as well as technological. And multilateralism is becoming an arena of fracture as well as a venue for coordination. It is in this overlap of crises and metamorphoses that the strategic landscape of the present is taking shape.

Marco Emanuele

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

Geostrategic magazine (4 september 2026)

Latest articles

Related articles