Hacker cinesi utilizzano agenti di intelligenza artificiale in una campagna informatica multinazionale

Secondo Pierluigi Paganini su Security Affairs, il caso documentato da Hunt.io segna un passaggio molto importante nell’evoluzione della minaccia cyber: l’intelligenza artificiale commerciale non viene più usata solo come supporto occasionale per scrivere codice o velocizzare singole fasi dell’attacco, ma viene integrata direttamente dentro operazioni vive di cyberespionaggio, come componente modulare dell’infrastruttura offensiva.

Il dato centrale è che la campagna, attribuita a un attore legato alla Cina, avrebbe colpito obiettivi altamente sensibili e distribuiti – dagli archivi del Kuomintang taiwanese al ministero degli Esteri indonesiano, fino a sistemi governativi ed educativi nella Cina continentale e host industriali in Vietnam. Questo mostra che l’AI non sta sostituendo il know-how operativo degli attaccanti, ma ne sta aumentando velocità, coordinamento e scalabilità, rendendo più efficiente l’intera catena dell’intrusione.

Il framework usato dagli operatori, chiamato SecFlow, appare particolarmente rilevante proprio per la sua logica industriale. Secondo Security Affairs, il sistema poteva passare da un modello all’altro – Claude, Qwen, DeepSeek – senza modificare l’interfaccia operativa, instradando le richieste attraverso proxy privati. Questo significa che, dal punto di vista geostrategico, la questione non è più quale specifico modello sia stato usato, ma il fatto che i modelli commerciali stiano diventando intercambiabili all’interno di piattaforme offensive ibride, come se fossero componenti standard di una supply chain dell’attacco.

Il punto decisivo è che l’AI, in questo caso, non ha violato da sola i sistemi, ma ha automatizzato e organizzato compiti tradizionali dell’hacking: ricognizione, scansione di vulnerabilità, test di credenziali rubate, esecuzione di exploit, dispiegamento di webshell, raccolta di dati e produzione di report. Questo segna una mutazione importante: l’intelligenza artificiale entra nel cyberespionaggio non come arma autonoma, ma come acceleratore cognitivo e logistico capace di comprimere tempi, coordinare specialisti digitali e rendere l’intrusione più adattiva.

Il caso più grave descritto da Security Affairs riguarda un ambiente governativo nel distretto di Fengtai, in Cina, dove gli operatori avrebbero ottenuto esecuzione di comandi, raccolto dump di memoria LSASS, acquisito registry hives SAM e SYSTEM, creato un account privilegiato di back-up e sottratto centinaia di allegati, compresi dati sanitari reali. Qui si vede bene la profondità della compromissione: non solo accesso iniziale, ma costruzione di una vera spina dorsale persistente dell’operazione, capace di muoversi tra dati amministrativi, credenziali e informazioni sensibili.

Molto significativa è anche la compromissione di una piattaforma educativa cinese basata sull’AI che esponeva backend accessibili senza autenticazione, configurazioni di agenti AI, chiavi API funzionanti e conversazioni reali contenenti dati di studenti. Il paradosso è evidente: una infrastruttura costruita per usare AI è stata esposta anche perchè la propria architettura di sicurezza dell’AI non era adeguatamente protetta. Questo segnala una fragilità sistemica sempre più frequente: la corsa a integrare agenti, API e servizi intelligenti amplia la superficie di attacco più velocemente delle pratiche di sicurezza che dovrebbero contenerla.

Dal punto di vista tecnico-operativo, la campagna rivela anche una sofisticazione crescente. Security Affairs evidenzia l’uso di un falso server MySQL come esca per sfruttare vulnerabilità di deserializzazione in applicazioni Java: un ribaltamento notevole della logica di accesso, perchè trasforma una connessione in uscita verso un database in una opportunità di esecuzione di codice in ingresso. Allo stesso modo, il framework GLUTTON nascondeva payload malevoli dentro file PNG tramite steganografia, caricando il codice direttamente in memoria senza scriverlo in chiaro su disco. Si tratta di tecniche che mostrano non solo creatività offensiva, ma una volontà precisa di aggirare i controlli standard di detection.

La vera portata geostrategica, però, sta nel fatto che questo non sarebbe un caso isolato. Si tratterebbe del secondo episodio in due mesi in cui ricercatori documentano l’inserimento di modelli AI commerciali come componenti operative di intrusioni riconducibili a Stati. Questo conferma che siamo entrati in una fase in cui le cyber operation di matrice statale non stanno semplicemente usando l’AI come supporto sperimentale, ma stanno iniziando a incorporarla in modo stabile nei propri processi offensivi.

La conseguenza èimportante anche per i difensori. Se gli attaccanti possono trattare i modelli AI come strumenti intercambiabili, allora la difesa non può concentrarsi solo su “quale modello” sia stato usato, ma deve riconoscere pattern operativi, architetture di orchestrazione e logiche di attacco che restano simili anche quando cambiano i motori sottostanti. In questo senso, la minaccia si sposta dal piano del singolo tool a quello dell’ecosistema offensivo AI-enabled.

Il quadro descritto da Pierluigi Paganini su Security Affairs mostra che il cyberespionaggio di nuova generazione entra in una fase più modulare, scalabile e industriale. L’AI non è ancora il soggetto dell’attacco, ma diventa sempre più il moltiplicatore organizzativo che rende più rapide, flessibili e persistenti le operazioni di intelligence offensiva. La sfida non è solo tecnica ma strategica perchè riguarda la velocità con cui gli Stati e i loro proxy stanno imparando a trasformare modelli commerciali general-purpose in strumenti ordinari della competizione geopolitica clandestina.

M.E.

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Geostrategic magazine (5 september 2026)

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