Operazioni di influenza russe. Il caso dell’International Burke Institute

Secondo Jessica Brandt del Council on Foreign Relations, il caso dell’International Burke Institute (IBI) mostra una metamorfosi importante delle operazioni di influenza russe: non più soltanto contenuti propagandistici diffusi in modo rudimentale, ma la costruzione di infrastrutture di credibilità apparentemente autonome – siti, paper, indici proprietari, profili di esperti, identità sintetiche – poi àattraverso l’intelligenza artificiale e distribuite su più piattaforme occidentali.

Il punto più rilevante non è tanto la portata quantitativa dell’operazione, che secondo OpenAI sarebbe rimasta relativamente modesta, quanto la qualità dell’architettura informativa costruita attorno a IBI. L’operazione avrebbe messo in piedi un’istituzione dall’aspetto credibile, con lavori accademici in parte copiati o attribuiti in modo scorretto, una rete di affiliati apparentemente autorevoli e un “sovereignty index” funzionale a lodare la Russia e delegittimare l’Occidente. Questo segna un salto di livello: la manipolazione non punta solo a immettere messaggi, ma a creare veicoli di autorevolezza simulata attraverso cui farli circolare.

Nella ricostruzione proposta da Jessica Brandt del Council on Foreign Relations, l’AI ha avuto un ruolo chiave nel rendere questa operazione più sofisticata. Gli attori russi avrebbero usato ChatGPT per generare post in inglese da pubblicare su X, LinkedIn, Facebook, Substack e Telegram, chiedendo esplicitamente di eliminare gli indizi linguistici che potessero tradire l’origine russa dei contenuti. Questo è un passaggio geostrategicamente importante: l’intelligenza artificiale non crea da sola la strategia, ma abbassa il costo della produzione di contenuti, migliora il mimetismo linguistico e rende più semplice adattare i messaggi a più pubblici e piattaforme. In altre parole, accelera la scalabilità della disinformazione credibile.

Il caso IBI conferma anche una trasformazione piu’ ampia delle operazioni di influenza. Come nota Jessica Brandt del Un altro elemento decisivo evidenziato da Jessica Brandt è il tentativo di penetrare non solo i social media, ma l’intero ambiente informativo. Secondo Meta, gli operatori avrebbero cercato di far circolare persino articoli di ricerca falsificati, con autori inesistenti, su piattaforme autentiche di hosting accademico. Questo aspetto è particolarmente significativo, perchè mostra la maturazione di una logica ormai ben nota nelle campagne russe: non limitarsi alla propaganda dichiarata, ma riciclare contenuti manipolati dentro spazi percepiti come neutrali, professionali o domestici, così da aumentare la probabilità che vengano presi per genuini.

Il caso IBI conferma anche una trasformazione più ampia delle operazioni di influenza. La Russia ha da tempo cercato di far apparire le proprie narrative come il prodotto di voci autentiche locali. La differenza, oggi, è che l’AI consente di farlo con meno errori linguistici, più coerenza stilistica, più personae artificiali e una maggiore capacità di produrre contenuti multimodali, comprese immagini profilo e video sintetici. Questo non rivoluziona completamente la disinformazione straniera, ma ne aumenta velocità, adattabilità e opacità attributiva.

Laa competizione informativa entra in una fase in cui contano sempre meno i singoli post virali e sempre di più le catene di fiducia artificialmente fabbricate. La costruzione di think tank fittizi, reti di esperti inesistenti, indici proprietari e pseudo-ricerca accademica punta a erodere il confine tra informazione, expertise e influenza ostile. Il rischio non è solo la diffusione di contenuti filorussi, ma la corrosione più profonda dei criteri con cui il pubblico distingue tra fonte credibile e fonte manipolata.

Per questo Jessica Brandt insiste sul valore strategico del threat intelligence reporting da parte dei laboratori di AI. Le AI labs hanno una visibilità unica su attività che piattaforme sociali e governi potrebbero non intercettare immediatamente. Rendere più sistematica questa reportistica significherebbe creare un archivio pubblico di interesse collettivo sulle operazioni di influenza straniere, offrire piste investigative a giornalisti e ricercatori e consentire ad altre aziende di reagire più rapidamente. In sostanza, la trasparenza industriale diventerebbe una componente della resilienza democratica.

Il caso analizzato mostra che la disinformazione di nuova generazione non si limita a diffondere narrazioni ostili, ma prova a simulare interi ecosistemi di legittimazione. L’AI rende queste operazioni più economiche, più pulite linguisticamente e più facili da distribuire attraverso più piattaforme. La sfida, quindi, non è più soltanto moderare contenuti falsi, ma difendere l’integrità dell’intero spazio informativo da infrastrutture sintetiche progettate per sembrare autorevoli.

M.E.

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Geostrategic magazine (4 september 2026)

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