La Svizzera dice no al tetto dei 10 milioni di abitanti

(Marzia Giglioli)

In Svizzera vince il no al Referendum sul tetto di 10 milioni di abitanti. L’iniziativa, voluta in funzione anti-immigrazione dalla UDC, partito della destra nazionalista, è stata respinta nella votazione popolare. Il ‘no’ segna soprattutto un passaggio rilevante, che sgombra il campo dal rischio di infliggere un duro colpo alle relazioni con l’estero e in particolare con l’Unione Europea. La proposta è stata respinta con una percentuale di circa il 54%.

Il ‘no’, sostenuto dai partiti di centro e di sinistra, oltre che dalle associazioni delle imprese e dai sindacati, ha completato la rimonta, mentre – secondo molti sondaggi – la UDC era partita in vantaggio. Poi, durante il percorso, hanno riacquistato peso le posizioni che indicavano i lati negativi dell’iniziativa, sia in politica che in economia.

Ma il referendum, al di là dell’esito, va visto e analizzato nel suo significato più profondo, perché non esprimeva una necessità economica, di stampo protezionistico: significava molto di più, era la determinazione culturale a sancire separazioni e distinzioni molto nette in un Paese ad alto tasso di immigrazione e nel cuore dell’Europa.

Tracciare i confini, in questo caso, quantificando anche il numero di chi possa essere legittimato a rientrarci e di chi escludere, vuol dire ancora di più operare una distinzione per determinare i prescelti e quelli estranei a uno Stato nazionale, che si traduce nella presenza o assenza di diritti di cittadinanza. Le identità da sempre corrispondono a una certa area territoriale, siano esse statali, nazionali, etniche, culturali, di comunità e si determinano sempre attraverso una distinzione dalle altre. Non per forza, però, devono essere oppositive: è questo il vero confine da stabilire, la vera sfida culturale.

L’antropologo Marshall Sahlins scriveva che “l’identità nazionale è un processo socialmente costruito sulla definizione di ‹‹amico›› e ‹‹nemico››, di fatto una estensione logica del processo di mantenimento dei confini fra ‹‹noi›› e ‹‹loro››.”. Il discorso porta lontano e non riguarda solo il quesito referendario svizzero, che però esprime in modo evidente come serpeggi la ‘voglia di confini’ per ridurre la competizione a favore di meccanismi di chiusura che sembrano dare stabilità e riproducibilità ai sistemi e che sono maledettamente rassicuranti. Ma non è niente di più che l’espressione della paura del mondo, come scrive su queste pagine Marco Emanuele.

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