(Marco Emanuele)
Seguire le cronache geopolitiche è operazione sempre più complicata: ciò che accade ogni giorno rischia di travolgerci, non lasciando spazio alla riflessione. Restiamo ‘appesi’ a ogni parola dei leader, senza alcuna visione, trascinando una situazione internazionale di un mondo frammentato, smontato.
Le parole del presidente russo Putin su una possibile ravvicinata conclusione della guerra in Ucraina, così come l’intensificarsi dell’attività diplomatica intorno alla questione iraniana, aprono timidi spiragli positivi. Usiamo cautela per una (ormai) consolidata abitudine ai ‘passi indietro’, a una fragilità di fatto che sembra dominare. Il mondo frammentato è così, disorientato e disorientante, difficile da capire per i cittadini comuni e da governare per classi dirigenti vittime della loro stessa incapacità strategica. L’espressione ‘crisi di governance’ dice tutto.
Tutti gli attori in campo esasperano tattiche di minaccia, impongono condizioni, radicalizzano posizioni, aprono e chiudono prospettive. Ciò che ci preoccupa è l’insistenza sulla legge della giungla, allergia alle regole, voglia di forza per la forza. I regimi autocratici come l’Iran diventano ancora più autocratici, nella indistinguibità tra politica e religione, e le democrazie progressivamente de-generano, perdono generatività, in un bilanciamento continuo (anch’esso molto fragile) tra posizioni estreme (a qualunque parte appartengano) e più moderate.
Noi cittadini siamo sballottati, e non potrebbe essere altrimenti. Già prima della chiusura dello stretto di Hormuz la condizione economica globale presentava diseguaglianze insostenibili, e ciò era evidente – all’interno dei Paesi – nel rapporto tra classi benestanti (sempre più ricche) e classi impoverite o povere (sempre più disagiate). Ha ragione chi sostiene che la storia del mondo frammentato non è iniziata con Trump ma è processo lungo, che dura da decenni: dalla caduta del muro di Berlino (per tracciare una linea), con l’avvento dell’ultima fase del processo di globalizzazione e con il consolidamento della (inarrestabile) rivoluzione tecnologica, si è avviata una fase storica di trasformazione nella discontinuità. Lo abbiamo capito ? Lasciamo in sospeso la domanda, peraltro retorica, continuando la nostra ricerca strategica, nella complessità del mondo-che-diventa.
Nella condizione che viviamo, nella quale la policrisi ci attraversa senza chiedere permesso e senza fermarsi davanti alle nostre frontiere culturali e fisiche (altro elemento di fragilità), occorre lavorare sull’incertezza-che-siamo avendo lo sguardo rivolto a chi cerca di introdurre, nel dibattito pubblico globale, elementi di visione: la Chiesa Cattolica è punto di riferimento. Papa Leone XIV non manca mai di ricordare che la Chiesa, non solo per i credenti, ha il compito di diffondere messaggi di pace, lavorando in termini umanitari e diplomatici nei contesti di crisi che – nel mondo frammentato – abbondano. Occorre capire la pace evocata dal Pontefice e rafforzarne la cultura sottostante: pace è sempre qualcosa in più, costruzione sostenibile, abbassamento dei toni, disinquinamento dei pozzi vitali, pulizia della vita ‘onlife’, (soprattutto nell’era nucleare) progressivo disarmo – senza negare le necessità della difesa -, investimento su regole che non soffochino l’innovazione. Nella fragilità dominante, la pace è condizione di libertà vera, ri-conversione per spezzare le catene del male banale: la pace è per la sostenibilità sistemica, è messaggio critico e profondo, mai contro qualcuno.
(English Version)
Following geopolitical developments is becoming an increasingly complicated task: what happens every day risks overwhelming us and leaving no room for reflection. We remain “hanging” on every word spoken by leaders, without any real vision, dragging along an international situation marked by a fragmented, dismantled world.
The words of Russian President Putin about a possible imminent end to the war in Ukraine, as well as the intensifying diplomatic activity surrounding the Iranian question, open faint positive glimmers. We remain cautious, however, because we have grown accustomed to “steps backward,” to a de facto fragility that seems to dominate. The fragmented world is like this—disoriented and disorienting—hard for ordinary citizens to understand and difficult for leadership classes to govern, themselves victims of their own strategic ineptitude. The expression “governance crisis” says it all.
All actors on the stage exacerbate threat tactics, impose conditions, radicalize positions, open and close perspectives. What worries us is the insistence on the law of the jungle, an allergy to rules, a desire for force for force’s sake. Autocratic regimes like Iran become even more autocratic, in the indistinguishability between politics and religion, and democracies progressively de-generate, losing generativity, constantly balancing (also very fragile) between extreme positions (regardless of their side) and more moderate ones.
We citizens are tossed about, and it could not be otherwise. Even before the closure of the Strait of Hormuz, the global economic situation displayed unsustainable inequalities, evident—within countries—in the gap between affluent classes (ever richer) and impoverished or poor classes (ever more disadvantaged). Those who argue that the history of the fragmented world did not begin with Trump but is a long process lasting decades are right: since the fall of the Berlin Wall (to draw a line), with the advent of the latest phase of globalization and the consolidation of the (unstoppable) technological revolution, a historical phase of transformation in discontinuity has taken shape. Have we understood this? Let us leave the question—rhetorical, after all—hanging, as we continue our strategic research into the complexity of the world-as-it-becomes.
In the condition we are living in, where the polycrisis cuts through us without asking permission and without stopping at our cultural or physical borders (another element of fragility), we must work on the uncertainty-that-we-are, while keeping our gaze fixed on those who seek to introduce elements of vision into the global public debate: the Catholic Church is a point of reference. Pope Leo XIV never fails to remind us that the Church— not only for believers—has the task of spreading messages of peace, working in humanitarian and diplomatic terms within the crisis contexts that abound in the fragmented world. We must understand the peace evoked by the Pontiff and strengthen the culture underlying it: peace is always something more—sustainable construction, lowering of tones, decontamination of vital wells, cleansing of “onlife” existence, and (especially in the nuclear age) progressive disarmament—without denying the necessities of defense—, investment in rules that do not stifle innovation. In the prevailing fragility, peace is a condition of true freedom, a re-conversion to break the chains of banal evil: peace is for systemic sustainability, a critical and profound message, never against anyone.



