Yerevan, il segno di una presa di coscienza dell’ Europa?

(Carlo Rebecchi)

Il summit dell’Unione Europea allargato anche a paesi extra Ue di oggi nella capitale dell’Armenia, Yerevan, non è tanto importante per il risultato – la conferma della volontà comune di lavorare per la pace e per uno sviluppo economico sempre più equo – quanto perché si è svolto.

Un giorno, infatti, tale summit potrebbe forse essere ricordato come una tappa importante sulla strada della crescita del peso geopolitico dell’Europa. Pur nella diversità dei colori politici ed istituzionali, i Capi di Stato e di Governo presenti hanno infatti l’obiettivo condiviso di trasformare l’Europa da “nano politico” a continente “padrone di se stesso”, del proprio destino.

L’attualità politica internazionale evidenzia, da sola, il senso dell’incontro, che per i partecipanti è la possibilità di scambiarsi informazioni e valutazioni sui tanti e cruciali punti di crisi aperti nel Vecchio Continente o ai suoi margini: dalla guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin all’Ucraina a quella degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, all’ invasione israeliana di una parte del Libano e alla catastrofe non solo politica ed economica ma anche umana dei palestinesi di Gaza. Per citare soltanto alcuni dei principali. Cui si sommano, ora, crisi del petrolio e dell’economia internazionale.

Si tratta di una realtà in parte difficile da immaginare ancora pochi mesi fa. Di qui l’utilità degli incontri pubblici e privati di Yerevan: si sono ritrovati capi di Stato e di Governo dell’Unione, con anche il segretario generale della Nato Mark Rutte e il leader di un paese extra Ue, il premier canadese Mark Carney: più di quaranta leader che probabilmente, nel corso dei loro incontri, hanno dato un’occhiata al telefonino per vedere se c’erano novità da Washington. Da mesi infatti, il presidente degli Stati Uniti, dalla fine della seconda guerra mondiale una specie di padrino “buono” dell’Europa, non è più lo stesso.

Donald Trump ha spazzato via la ritualità della politica estera, scatena persino la guerra contro l’Iran senza neppure avvisare i suoi alleati. Via da soli, lui e il premier israeliano Netanyahu, in una guerra contro Teheran per tutti gli organismi internazionali illegale, che di colpo ha trasformato il regime degli Ayatollah in una “vittima” e che sta sconvolgendo gli equilibri geopolitici della regione del Golfo. Le operazioni in Iran non sono ancora finite, anzi, potrebbero intensificarsi in queste ore con attacchi ancora più duri di quelli compiuti finora da statunitensi e israeliani.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. La guerra ha fatto impazzire i prezzi del petrolio, a causa del blocco dello Stretto di Hormuz, e bloccato i traffici commerciali. Le prospettive sono di una crisi economica mondiale senza precedenti. La legalità internazionale è andata in frantumi. La legge del più forte, giova ad uno; ma rovina tutti gli altri. Il summit di Yerevan è la prima grande riunione internazionale dall’inizio della guerra contro l’Iran, a fine febbraio. Potrebbe essere, secondo molti esperti, uno dei primi incontri a gettare le basi per trovare insieme contromisure adeguate.

L’Europa, che in passato ha trattato beneficio dall’intraprendenza dell’ amico americano, di cui però è sempre stata un alleato leale, sembra aver preso coscienza della necessità della propria crescita, di dover credere in sé stessa. Dopo l’inizio di questa guerra è nato un “Gruppo dei volonterosi” che non nasconde le proprie divergenze con la politica di Donald Trump, e non intende avventurarsi su strade che rischiano di portare a disastri. L’iniziativa ha in comune il rispetto delle regole che sono nell’interesse di tutti. C’è da sperare che i 44 partecipanti alla riunione della Comunità Politica Europea passino dalle parole ai fatti.

 

 

 

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