(Girolamo Boffa)
Il populismo non restituisce il popolo alla politica. Gli restituisce l’emozione di esserci tornato.
Quando il populismo avanza, la risposta delle élite democratiche è quasi sempre la stessa: troppa emozione, troppa semplificazione, troppa pressione della piazza sulla procedura. Il populismo viene trattato come un eccesso — un difetto di misura, un traboccamento irrazionale che disturba il funzionamento ordinato delle istituzioni.
La terapia implicita è il ritorno alla moderazione, alla competenza, alla complessità gestita dall’alto.
Questa diagnosi è sbagliata — e il fatto che il populismo continui ad avanzare nonostante quelle risposte lo dimostra: il populismo non è un eccesso di democrazia né la sua negazione, è la sua simulazione. Nasce dove la partecipazione è stata svuotata, dove la distanza tra istituzioni e cittadini è diventata incolmabile, dove il corpo politico formale ha smesso di rappresentare l’esperienza vissuta di chi ne fa parte — e a quella mancanza risponde non restituendo partecipazione reale, ma imitandola. Chi vi aderisce non si sente escluso dalla politica: si sente finalmente dentro; ed è esattamente questa sensazione a renderlo così difficile da abbandonare e da smontare.
È il sintomo, non il male, di un problema che la democrazia rappresentativa non sa affrontare senza mettere in discussione sé stessa.
Senza questa distinzione, la critica al populismo diventa, senza volerlo, una difesa dello status quo che il populismo ha saputo intercettare.
Il populismo trova quella frustrazione già lì, sedimentata, in attesa di qualcuno che la raccolga: non è una invenzione e il populismo lo sa.
La risposta che il populismo offre non è la ricostruzione della partecipazione, ma la sua sostituzione con l’identificazione: il popolo non costruisce posizioni condivise, dando vita a una responsabilità comune, ma si riconosce nel leader, generando dipendenza.
Il primo gesto è politico, il secondo è emotivo — e di una emozione non si chiede conto a nessuno.
Grandi adunate, linguaggio diretto, senso di movimento e di urgenza: tutti i segni esteriori della partecipazione senza il suo contenuto. La partecipazione vissuta — quella che passa per il conflitto, per il disaccordo, per la costruzione lenta e faticosa di posizioni comuni — viene sistematicamente scoraggiata, perché introduce complessità dove il populismo ha bisogno di certezze e produce confronto dove il populismo ha bisogno di unanimità.
Il popolo populista non è un soggetto politico: è un pubblico.
La forma è la piazza, la sostanza è il teatro – e a teatro si va per assistere.
Il populismo produce, alla lunga, più esclusione di quanta ne intercetti — perché il leader che si è presentato come espressione diretta del popolo non può tollerare tutto ciò che la partecipazione autentica porta con sé: il dissenso interno viene letto come tradimento, l’articolazione come debolezza, il dubbio come complicità col nemico.
Il popolo, che avrebbe dovuto tornare al centro della politica, viene progressivamente ridotto a risorsa simbolica da mobilitare, una platea da tenere calda. La partecipazione simulata si rivela, alla fine, più escludente della tecnocrazia che pretendeva di sostituire — perché almeno la tecnocrazia non prometteva di dare la parola a chi non l’aveva mai avuta.
La domanda che il populismo lascia aperta è quella sulla partecipazione reale: come si costruisce uno spazio in cui la frustrazione diventi forza politica e non dipendenza emotiva?



