Iran, la guerra è a un punto morto. E se ne uscisse la pace?

(Carlo Rebecchi) 

Il negoziato di pace questa volta sembra proprio vicino. Questione di qualche giorno, forse soltanto di ore. Dei principali ostacoli che bloccavano la via del negoziato, il solo che sembrava non essere direttamente nelle mani di Donald Trump è l’invasione israeliana del Libano (2196 morti civili dal 2 marzo a ieri, più di un milione di sfollati). Invece è stato superato proprio grazie al Tycoon che, avuto il via libera iraniano nel vertice “fallito” (con JD Vance) di Islamabad, ieri ha preso il telefono e ha comunicato al presidente Aoun e a Netanyahu che la guerra di Israele contro il Paese dei Cedri doveva lasciare spazio ad una tregua. Nelle stesse ore l’Iran continuava a brandire come una bomba il blocco dello Stretto di Hormuz, che sta mettendo in crisi l’economia del pianeta. Quando, però, ha fatto capire che non avrebbe affondato le navi che fossero transitate nello Stretto, appena fuori dalle acque iraniane, sotto la costa dell’Oman, è stato chiaro che un passo avanti forse decisivo era stato fatto. Al punto che un “fiducioso” Trump ha anticipato che, se accordo ci sarà, potrebbe recarsi a Islamabad per il suo decimo “accordo di pace”da quando alla Casa Bianca.

Costruita la “cornice” tocca ora ai negoziatori – il vicepresidente Vance, l’immobiliarista Witkof e il genero di Donald, Jared Kushner – mettere tutti gli elementi al posto giusto. Trump ha annunciato che l’Iran ha accettato di consegnare i 400 chili di uranio arricchito sfuggiti ai bombardamenti americani. C’è poi da risolvere il problema dei danni di guerra e della restituzione all’Iran dei quasi venti miliardi di dollari sotto sequestro in banche di diversi Paesi. Negoziati difficili e complicati, ma una cosa è chiara. Lo scontro tra Stati Uniti e Iran, più Israele, è dopo quasi 50 giorni di bombardamenti a un punto morto. Ciascuno di essi sa, a questo punto, di non poter sconfiggere l’altro. Trump ha “scoperto” di persona che il “regime dei ayatollah” non è, come i consiglieri più saggi gli avevano detto, una repubblichetta latinoamericana stile Venezuela. L’ Iran – di cui non si è ancora vista la nuova Guida, Khamenei junior – ha capito che continuare la guerra soltanto “per non perdere la faccia” costerebbe molto caro al regime, che magari non verrebbe “cancellato dalla terra” ma sicuramente, come ripete Trump, ci metterebbe almeno vent’anni a ricostruirsi.

Un’altra evidenza importante è che non sono i più i leader politici che governano gli Stati a prendere le decisioni più importanti di pace o di guerra. E’ l’economia a indirizzare i politici. Quella medesima economia che, poche ore prima del raggiungimento dell’accordo sulla tregua, ha lanciato per bocca dei ministri delle finanze del “G7” l’“appello urgente a limitare il costo per l’economia mondiale di un prolungamento del conflitto”. Nei paesi ricchi, l’aumento del costo della benzina irriterà, ma le conseguenze non saranno mortali. Potrebbero invece essere addirittura tragiche dove già epidemie, carestie e sottosviluppo – provocati da eventi naturali e conflitti – creano zone sempre più instabili e a rischio di guerre.

 

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