(Carlo Rebecchi)
Il segretario di Stato alla Difesa, Pete Hegseth, ha detto in una conferenza stampa che l’esercito americano è pronto “per tutto quello che il Presidente deciderà” e che “la scadenza è vicinissima”, ma non ha fornito alcuna indicazione su una data, anche approssimativa, dell’iniziativa militare che tutti prevedono. “Il nostro target è giungere ad un accordo per un Iran senza bomba nucleare. Non possiamo dire come, quando e dove. Sarà il presidente a stabilire quando” ha precisato il segretario alla Difesa. Donald Trump al momento non parla. Anzi, secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, starebbe pensando di dichiarare la sua vittoria sull’Iran anche se lo Stretto di Hormuz è ancora sotto il controllo dell’Iran. Si tratterebbe in realtà di una mezza vittoria – qualcuno dice di una mezza sconfitta – perché è giusto dire che per almeno una decina di anni l’Iran non sarebbe verosimilmente in grado di dotarsi della bomba nucleare, ma è altrettanto vero che Teheran ha bloccato lo Stretto, per legittima difesa, soltanto dopo l’attacco degli Stati Uniti e Israele.
Iniziata sul modello del “regime change” realizzato senza troppi problemi in Venezuela, l’ attacco contro l’ Iran si è rivelato, come previsto da molti, un’impresa ben più complessa. L’Iran, che ha chiuso lo Stretto (contravvenendo alle regole internazionali così come Trump ha fatto attaccando l’Iran), ha oggi in mano la chiave del ricatto: il petrolio e il gpl che passano per Hormuz, che a guerra finita sarà aperto a tutti, a pagamento. Gli Stati Uniti hanno sicuramente i mezzi militari per costringere l’Iran alla resa, dopo un mese di bombardamenti di una intensità mai vista. Questo sarà però possibile soltanto in tempi lunghi. E Trump invece ha molta fretta, anche per motivi di politica interna. La guerra ha fatto aumentare prezzi ed inflazione e questo, a pochi mesi dalle elezioni di mid-term, è di brutto auspicio per Trump, oggi al minimo storico di gradimento. Il dispositivo militare – paracadutisti, marines, marina e aviazione – è pronto. Ma anche solo occupare alcune postazioni strategiche in territorio iraniano, come l’isoletta di Kharg nell’area dello Stretto, per riaprire subito il transito delle petroliere, obbligherebbe poi gli americani a rimanere sul posto molto più delle “quattro-sei settimane” ipotizzate da Trump per organizzarne e gestirne la scorta. Forse questa era l’idea di Trump ancora quattro o cinque giorni fa, magari con la convinzione di convincere gli alleati della Nato a unirsi agli Stati Uniti. Gli europei però si sono chiamati fuori – prima la Spagna, poi Francia, Gran Bretagna, Germania e quindi anche l’Italia – negando anche l’utilizzo per la guerra dello spazio aereo, ed è diventato evidente che, da soli, gli Stati Uniti dovrebbero rimanere fino al raggiungimento di un accordo con l’Iran. Mesi, forse.
E’ da queste considerazioni, probabilmente, che Trump potrebbe aver preso in considerazione l’ipotesi di accontentarsi della “vittoria a metà”, lasciando Hormuz sotto il controllo iraniano. Una soluzione, ovviamente, di cui il presidente americano attribuisce la responsabilità agli “europei codardi”, che da tempo incalza con varie forme di rappresaglia economica “modello dazi ad personam”. Sarà la sua “vendetta”, secondo quanto ha scritto lui stesso su Truth: “Per tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento. Numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo e basta. L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta – conclude Trump -. Andate a procurarvi il petrolio da soli! Dovrete iniziare a imparare a difendervi da soli, gli Usa non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi, Ora andate a procurarvi il petrolio da soli”.



