(Marco Emanuele)
Colpisce, nell’attuale fase storica, lo scatenamento d’istinti primordiali spacciati per relazioni internazionali. Quando una guerra diventa ‘esistenziale’ per i principali player coinvolti, il ‘tutti contro tutti’ è d’obbligo.
In questo caso, per profonda convinzione, ci collochiamo idealmente dalla parte opposta rispetto alla storia che viviamo. Eppure occorre essere realisti, calarsi nelle evidenti ed esasperate contraddizioni, respirare l’irrespirabile spirito infantile – ma tragico – del war game nel quale siamo immersi.
Nella giungla non si dialoga, si sopravvive. Benvenuti nella realtà, benvenuti nella guerra esistenziale. Stare oltre ogni norma significa che abbiamo smarrito il senso del limite: in giro si vedono solo strategie di morte, senza visione. I leader pregano prima di andare in guerra, peggio se si sentono eletti dal ‘loro’ Dio.
A cosa serve, in tutto questo, la legalità internazionale ? A ben poco (sic), evidentemente, se rappresentanti di classi dirigenti di Paesi democratici danno per scontata l’illegalità sistemica, nuovo (non) diritto internazionale nel tempo della insostenibilità e della imprevedibilità.
Il lettore permetta una quota di tristezza, pur continuando a percorrere il futuro già presente. Nella giungla tutto viene sacrificato, financo la già discutibile etica della guerra. Ancora una volta, paradigma tecnologico docet: nell’illegalità, anche le tecnologie devono essere riconvertite alla cultura della guerra, eliminato chi cerca di porre qualsivoglia limite etico nell’utilizzo.
Se le immagini della guerra sono le stesse da sempre, sentiamo il bisogno di dire che mai si è visto, dopo la fine della seconda guerra mondiale, un tempo di tensione così grave, pressoché ingestibile al di fuori della volontà dei protagonisti (a loro volta, evidentemente, ingestibili).
(English Version)
What is striking in the current historical phase is the unleashing of primordial instincts passed off as international relations. When a war becomes “existential” for the main players involved, “everyone against everyone” is a must.
In this case, we ideally place ourselves on the opposite side of the history we are living. Yet we must be realistic, immerse ourselves in the obvious and exasperating contradictions, breathe in the unbreathable childish – but tragic – spirit of the war game in which we are immersed.
In the jungle, there is no dialogue, only survival. Welcome to reality, welcome to existential war. Going beyond all norms means that we have lost our sense of limits: all we see around us are strategies of death, without vision. Leaders pray before going to war, worse still if they feel chosen by “their” God.
What use is international law in all this? Very little (sic), evidently, if representatives of the ruling classes of democratic countries take systemic illegality for granted, a new (non) international law in times of unsustainability and unpredictability.
The reader should allow for a degree of sadness, while continuing to journey through the future that is already present. In the jungle, everything is sacrificed, even the already questionable ethics of war. Once again, the technological paradigm teaches us that, in illegality, even technologies must be converted to the culture of war, eliminating those who seek to place any ethical limits on their use.
If the images of war are the same as they have always been, we feel the need to say that never since the end of the Second World War have we seen such a time of serious tension, almost unmanageable outside the will of the protagonists (who are themselves, of course, unmanageable).



