(2 marzo 2026)
Partiamo dai dati di fatto. Il regime teocratico e repressivo iraniano ha reagito con estrema brutalità nelle scorse settimane alle rinnovate proteste di varie componenti sociali ed etniche della popolazione con obbiettivi e finalità diverse ma convergenti nello spingere a cambiamenti che vanno dal rovesciamento del regime ad una sua evoluzione più rispondente a differenziati bisogni e aspirazioni. Di fronte ad un indebolimento determinato da fattori interni, dai colpi inferti da Israele ad alleati che vanno da Hezbollah, ad Hamas, agli Houti yemeniti, dalla perdita della Siria e da una incombente minaccia espressa da un formidabile dispiegamento di forze americane nella regione, accompagnata da una manifestazione di determinazione con gli attacchi mirati ad installazioni militari e nucleari nel giugno scorso, la parte propensa al dialogo della dirigenza iraniana ha promosso il riavvio del negoziato sul programma nucleare con gli USA mediato dall’Oman e dall’AIEA. Ha mostrato di voler tornare ai livelli di arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo JCPOA da cui si ritirò Trump ma non, almeno fino all’ultima fase degli incontri a Ginevra, al trasferimento fuori dal paese dell’uranio nel frattempo arricchito fino a soglie pericolosamente vicine a quelle necessarie per la produzione di armi nucleari. Da parte iraniana si era inoltre esclusa una disponibilità a negoziare sulle capacità missilistiche. In presenza dello stallo negoziale, Trump e Netanyahu hanno deciso di lanciare un attacco aereo di dimensioni ben superiori di quelle del giugno scorso. L’attacco non si è limitato ad impianti militari e nucleari ma ha investito questa volta le sedi dei vertici delle istituzioni. La Guida suprema Khamenei è morta sotto le macerie cosi come vari massimi esponenti del regime. Vi sarebbero numerose vittime civili non quantificate finora dalle autorità iraniane che hanno però annunciato l’uccisione di decine di alunne di una scuola femminile colpita dai bombardamenti. Al di là di ogni considerazione sulla legittimità sotto il profilo del diritto internazionale di questo attacco presentato come preventivo, quale ne sarebbe la reale motivazione nei tempi e nei modi? Secondo le affermazioni di Trump è per proteggere le presenze americane nell’area soprattutto militari, e sostenere il popolo iraniano nella sua lotta contro il regime fino al suo abbattimento. Secondo Netanyahu è per prevenire un attacco dall’Iran distruggendone le capacità offensive e promuovere il regime change. Secondo molti analisti ed opinioni negli Stati Uniti le reali ragioni sarebbero per Trump distrarre l’attenzione dai gravi problemi interni e dalla caduta di popolarità in cui si dibatte. Analoghe sarebbero quelle di Netanyahu. La reazione iraniana, pressoché immediata, è consistita in attacchi missilistici su Israele, in massima parte neutralizzati dall’efficace sistema di protezione, ma con la distruzione di alcuni edifici, una decina di vittime finora e un numero molto maggiore di feriti, nonché sulle basi americane in Qatar, Kuwait, Emirati e Bahrein. Anche questi in grandissima parte neutralizzati ma con danni a strutture civili a Dubai e in Bahrein e alcune vittime anche americane. Ciò sta rapidamente deteriorando i rapporti tra Iran e paesi del Golfo, oltretutto contrari nelle loro precedenti dichiarazioni ad un attacco all’Iran in quanto consapevoli dei suoi effetti destabilizzanti, ma ora obbligati a difendere la loro sovranità territoriale. La Turchia, che ha negato l’uso delle proprie basi agli Stati Uniti, ha condannato l’attacco israelo-americano ma anche quello dell’Iran su territori di paesi del Golfo. Nei complessi rapporti di potere all’interno della dirigenza iraniana le modalità dell’azione, soprattutto riguardo agli attacchi nei paesi del Golfo, sembrano indicare il prevalere della componente estremista dei pasdaran che, specularmente a quanto fa Netanyahu, usa l’escalation per il mantenimento del potere. Grave errore perché una rottura traumatica dell’Iran con i paesi arabi dopo i riavvicinamenti verificatisi negli ultimi anni potrebbe avere rilevanti conseguenze per chi l’ha provocata, anche sui conflitti nell’ambito del sistema di potere che la scomparsa di Khamenei può accentuare. Macron, Merz e Starmer hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale hanno ricordato di aver costantemente chiesto al Governo iraniano di porre fine al programma militare nucleare e a quello sui missili balistici, di cessare le attività destabilizzanti nella regione e di porre fine alla spaventosa repressione del proprio popolo. Hanno affermato di non aver partecipato agli attacchi israelo-americani e di essere in stretto contatto con gli Stati Uniti, con Israele e con gli alleati arabi nella regione, ribadendo il comune impegno dei tre paesi europei, cui hanno fatto eco l’Alta Rappresentante per la politica estera dell’UE Kallas e la stessa Von der Leyen, per la stabilità regionale e la protezione della vita dei civili, condannando le ritorsioni iraniane in territori di paesi della regione e invitando ad una ripresa delle trattative per giungere ad una soluzione negoziata evitando ogni escalation. Analoga, con un accento sull’esigenza di evitare una escalation, è stata sostanzialmente la posizione espressa dal Governo italiano, in questa fase soprattutto impegnato a trovare vie d’uscita per le migliaia di italiani, residenti e turisti, intrappolati nei paesi del Golfo ed in particolare a Dubai. Inviti alla de-escalation, alla fine immediata delle ostilità e al rispetto del diritto internazionale e umanitario sono venute dal Segretario Generale delle Nazioni Unite e da Papa Leone. Starmer ha successivamente dato la disponibilità all’uso da parte degli Stati Uniti di una base nel Regno Unito e di quella di Diego Garcia nell’Oceano Indiano “per scopi limitati strettamente difensivi”, dicendo “di non volersi far coinvolgere nel conflitto avendo appreso la lezione dell’Iraq”. E’ seguito un dimostrativo attacco iraniano con un drone alla base britannica di Cipro. Scontate sono state le condanne di Russia e Cina della violazione del diritto internazionale costituita dall’attacco israelo-americano. La Cina ha poi invitato tutte le parti ad una cessazione delle ostilità. Reazioni negative, assieme ad altre positive soprattutto in ambienti neo-cons, vi sono state negli USA. I democratici, peraltro sempre fermamente ostili al regime iraniano, hanno denunciato, cosi come alcuni repubblicani, la violazione costituzionale di una azione di guerra non approvata dal Congresso della quale rilevano la pericolosità. E nella stessa base MAGA viene lamentata la violazione della promessa di Trump di non portare il paese in altre guerre come avevano fatto suoi predecessori, soprattutto se agli attacchi aerei si accompagnassero presenze sul terreno che Trump ha peraltro finora escluso. Questo disagio è però in contrasto con un’altra parte della base trumpiana, quella degli estremisti evangelici che messianicamente auspicano che il Regno di Israele si ricostituisca su tutti i suoi territori biblici. Quali possono essere ora i possibili seguiti? Innanzi tutto in Iran. Quella auspicata della sostituzione dell’attuale regime da parte di un sistema democratico e laico appare alquanto difficile almeno in tempi ragionevolmente brevi. Il giubilo di molti iraniani alla notizia dell’uccisione di Khameini non può bastare senza una leadership autorevole, riconosciuta e unificante. Vi è anche il rischio che di fronte ad un attacco esterno vi sia un maggioritario compattamento di tipo patriottico attorno ad un regime peraltro indebolito e diviso al suo interno. O alternativamente che, come in altre analoghe situazioni, al collasso del regime faccia seguito una situazione di caos e di guerra civile con conseguenze gravi per tutta la regione ed oltre. Nella dialettica interna al regime potrebbe prevalere la compagine estremista dei pasdaran, che sembra aver promosso il tipo di ritorsione che stiamo vedendo, con tutti gli effetti negativi che ciò comporterebbe tra le quali una intensificazione ancora più feroce della repressione. O alternativamente potrebbe imporsi una parte delle forze armate assieme alla parte riformista e oggi emarginata a suo tempo espressa da Khatami che potrebbe accordarsi con gli americani per una soluzione analoga, con tutte le differenze del caso, a quella del Venezuela. Si tratterebbe di una prospettiva che ad Israele può non piacere ma che Trump potrebbe perseguire se riuscisse ad imporre garanzie in materia di controllo delle risorse petrolifere del paese oltre a quelle riguardanti gli aspetti militari, ovviamente con contropartite. E se il conflitto dovesse prolungarsi, cosa potrebbe accadere in Israele, la cui popolazione è oggi unita nella difesa del paese di fronte alle ritorsioni iraniane? Una eventuale stretta repressiva nei territori occupati e verso la stessa popolazione araba di Israele, come alcuni esponenti del Governo stanno auspicando, avrebbe conseguenze negative nei . rapporti con i paesi arabi malgrado gli effetti che abbiamo menzionato delle insensate modalità della reazione iraniana sui loro territori per quanto rivolta contro obbiettivi americani. A tutto questo si aggiungono i seri problemi economici e di sicurezza che la chiusura dello stretto di Hormuz e un conflitto armato prolungato determinerebbero, con una impennata dei prezzi del petrolio e rinnovate spinte inflazionistiche nei paesi consumatori con nuove prospettive di stagflazione. Oltre che molto negativo per l’Europa ciò lo è anche per la Cina che importa gran parte del proprio fabbisogno petrolifero dalla regione, mentre avvantaggerebbe la Russia e susciterebbe preoccupazioni minori negli Stati Uniti rispetto a quelle in Europa. Tutte ragioni che spiegano gli inviti europei ad una de-escalation che dovrebbe essere ora seguita da una concreta azione politica sugli attori del conflitto in soprattutto con i paesi arabi.



