COP17 sulla biodiversità, accordi minimi a Erevan

Dopo due settimane di lavori (18-31 ottobre) e una intensa notte di trattative si è chiusa a Erevan, con accordi minimi, la COP17 sulla biodiversità. I negoziatori dei 182 Paesi partecipanti hanno concordato di accelerare gli sforzi per frenare la distruzione della natura entro il 2030, perché le misure prese fino ad oggi sono insufficienti e gli obiettivi prefissati sono fuori rotta. Ma si sono arenati sui finanziamenti. Intanto, a pochi giorni dell’inizio della COP31 sui cambiamenti climatici in Turchia (9-20 novembre), oltre 140 scienziati di 30 nazioni hanno chiesto che i cambiamenti climatici siano dichiarati emergenza sanitaria mondiale.

L’importante appuntamento in Turchia è stato preceduto dal vertice sulla biodiversità nella capitale armena, che è servito soprattutto a valutare i progressi rispetto alle promesse fatte negli anni scorsi. Prima dell’inizio dei lavori, le Nazioni Unite avevano avvertito i partecipanti alla COP17 che era poco probabile il raggiungimento degli obiettivi prefissati per il 2030 per conservare e preservare l’ambiente, a meno che non ci fosse un urgente cambio di direzione. Tra gli obiettivi principali entro il 2030, spiccano la protezione del 30% della superficie terrestre e degli oceani del pianeta, la lotta all’inquinamento e un finanziamento più ampio per i Paesi più poveri.

Proprio la questione dei finanziamenti è stato uno dei nodi più difficili. La ricerca di nuove risorse per affrontare gli sforzi di conservazione della natura in tutto il pianeta si sta scontrando con un contesto globale in cui i bilanci nazionali sono già in sofferenza per la crisi energetica e le guerre in Ucraina e Medio Oriente. Tuttavia, i partecipanti hanno accordato di aumentare i finanziamenti per la protezione della biodiversità a 30 miliardi di dollari annuali entro la fine di questi 10 anni.

Uno degli accordi principali raggiunti riguarda la cosiddetta “rotta di Erevan” che si propone di accelerare l’applicazione del Marco Mondiale di Biodiversità di Kuhming-Montreal, adottato nel 2022 nel corso della COP15 e considerato come l’equivalente degli accordi di Parigi. I Paesi del mondo, infatti, avevano adottato in quella sede un patto storico per frenare la perdita di biodiversità. La COP17 ha significato, quindi, la prima revisione di quell’intesa: il bilancio tuttavia delude e ha evidenziato come, difficilmente, i numerosi obiettivi saranno raggiunti. La nuova intesa siglata a Erevan prevede l’applicazione di piani nazionali, la mobilitazioni di risorse finanziarie e una maggior partecipazione di tutti i settori della società.

L’Unione Europea ha cercato di incrementare gli sforzi per convincere le grandi economie emergenti, come la Cina, a contribuire alle risorse. Stando al ministro della Transizione Ecologica francese Monique Barbut, “i progressi che non siamo riusciti ad ottenere qui sono altrettante opportunità perse per accelerare le nostre risposte alla perdita di biodiversità”. Un’altra partecipante, la biologa marina spagnola Alicia Pérez-Porro del CREAF (Centro di Ricerca Ecologica e Applicazioni Forestali) riassume così le grandi difficoltà del vertice. “La COP17 della biodiversità è un ulteriore riflesso – spiega la ricercatrice – di come la situazione geopolitica e la polarizzazione stiano mettendo in difficoltà i progressi multilaterali sui temi ambientali. Raggiungere un accordo è stato molto difficile”.

Diverse delle questioni in programma sono state rimandate alla prossima COP sulla biodiversità, la numero 18, che si terrà nel 2028 a Quito. Intanto, 146 scienziati di 30 Paesi hanno chiesto all’OMS e all’ONU che i cambiamenti climatici siano dichiarati formalmente “emergenza sanitaria mondiale”. Un rapporto di Lancet Countdown elaborato da ricercatori internazionali afferma che molti dei rischi e dei danni alla salute dovuti al riscaldamento globale sono accelerati e sono aumentati più rapidamente nell’ultimo decennio posteriore all’adozione degli accordi di Parigi (2016-2025), rispetto alla decada anteriore (2006-2015).

Pur riconoscendo i miglioramenti negli investimenti in energie pulite, nei sistemi sanitari e nelle legislazioni per proteggere la salute dei cittadini, gli scienziati sottolineano come questi progressi non bastino a compensare il rapido aumento dei danni causati dai cambiamenti climatici. Gli autori del rapporto chiedono che sia la salute ad orientare le politiche climatiche e le priorità sui finanziamenti. Gli scienziati sperano che queste considerazioni vengano ascoltate e tenute in conto nel corso dell’imminente COP31 sui cambiamenti climatici.

Maria Eva Pedrerol 

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