Un asse euro-canadese per l’Occidente dopo l’egemonia americana

L’articolo di Sergio Fabbrini su il Sole 24 Ore del 20 settembre 2026 coglie un passaggio decisivo: la crisi dell’ordine transatlantico tradizionale non comporta necessariamente la fine dell’Occidente politico, ma impone di separarne il destino dalla centralità assoluta degli Stati Uniti. L’avvicinamento tra Unione europea e Canada può diventare il primo laboratorio di questa trasformazione nel quadro di una metamorfosi del mondo in atto. Non si tratterebbe di sostituire Washington né di costruire un’alleanza antiamericana, bensì di creare un secondo pilastro occidentale capace di agire autonomamente quando gli interessi e i valori delle democrazie non coincidono più con le scelte della Casa Bianca.

La convergenza nasce da una comune condizione di vulnerabilità. L’Europa è esposta alla pressione militare e ibrida della Russia, alla competizione tecnologica con la Cina e alla possibilità che gli Stati Uniti utilizzino sicurezza, tariffe e accesso al mercato come strumenti negoziali. Il Canada, pur essendo una federazione compiuta e uno Stato pienamente sovrano, dipende in misura sostanziale dal vicino americano per commercio, difesa e infrastrutture strategiche. Entrambi hanno quindi interesse a ridurre dipendenze eccessive senza scivolare nell’autarchia: la risposta non è il disaccoppiamento indiscriminato, ma una diversificazione coordinata delle relazioni economiche, industriali e militari.

In questa prospettiva, la proposta di un’associazione strutturata del Canada all’Unione assume una portata ben superiore a quella commerciale. Il CETA potrebbe diventare la base di un’integrazione selettiva nei settori strategici: materie prime critiche, energia, industria della difesa, spazio, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e sicurezza dell’Artico. La complementarità è evidente. Il Canada dispone di territorio, risorse naturali, capacità energetiche e profondità strategica; l’Europa offre mercato, capitale industriale, competenze normative e una massa demografica molto maggiore. Insieme potrebbero ridurre alcune delle vulnerabilità che oggi consentono alle grandi potenze di trasformare l’interdipendenza economica in coercizione geopolitica. L’Artico, in particolare, rappresenterebbe il punto d’incontro tra sicurezza europea e sicurezza nordamericana, davanti alla crescente presenza russa e all’attivismo cinese.

Fabbrini mette tuttavia in luce l’asimmetria politica che può impedire alla convergenza di tradursi in potenza. Carney guida una federazione e può definire interessi, priorità e coalizioni; von der Leyen amministra un’Unione nella quale la sovranità strategica rimane frammentata fra ventisette governi. La debolezza europea non deriva quindi principalmente dall’assenza di diagnosi: Bruxelles riconosce ormai la natura militare, economica, tecnologica e informativa della competizione in corso. Il problema è la distanza tra diagnosi e decisione. Un’Europa vincolata dai veti nazionali, da mercati finanziari incompleti e da politiche industriali concorrenti non può diventare un partner strategico credibile, neppure per un Canada desideroso di diversificare le proprie alleanze.

È questo il punto geostrategico essenziale dell’articolo. Il nuovo patto transatlantico non dipende soltanto dalla volontà canadese o dall’elaborazione di nuovi accordi, ma dalla capacità dell’Unione di trasformarsi da spazio regolatorio in soggetto politico. Difesa comune, completamento del mercato unico, mobilitazione dei capitali e protezione delle infrastrutture critiche sono parti della stessa politica di potenza. Senza meccanismi decisionali più efficaci e coalizioni stabili tra gli Stati disposti a procedere, l’autonomia europea resterà una formula retorica e Ottawa continuerà a vedere negli Stati Uniti, malgrado ogni tensione, l’unico interlocutore dotato di effettiva capacità strategica.

Anche il silenzio su Washington rilevato da Fabbrini è significativo. Evitare di nominare Trump può servire a non trasformare il riposizionamento europeo in uno scontro ideologico con gli Stati Uniti, ma non elimina la questione di fondo: il rapporto transatlantico non può più poggiare sulla presunzione di un’automatica convergenza politica. Europa e Canada devono prepararsi a cooperare con Washington quando possibile e ad agire senza Washington quando necessario. Questa postura richiede autonomia, non equidistanza: la minaccia russa, la pressione cinese e la coercizione economica americana non sono fenomeni equivalenti, ma producono tutti la medesima esigenza di maggiore capacità d’azione.

Per l’Italia, una simile evoluzione avrebbe conseguenze importanti. Roma avrebbe interesse a sostenere l’integrazione euro-canadese nei comparti energetico, aerospaziale, marittimo e della difesa, evitando che il progetto sia monopolizzato dall’asse franco-tedesco o dai Paesi nordici. Al tempo stesso, dovrebbe contrastare la tentazione di usare il rapporto privilegiato con Washington come alternativa alla costruzione di capacità europee. In un sistema segnato dalla competizione tra grandi potenze, il bilateralismo offre vantaggi immediati ma scarso potere contrattuale nel lungo periodo.

L’intuizione di Carney, richiamata nell’articolo, è che il mondo stia attraversando una rottura e non una semplice transizione (mondo smontato in metamorfosi). Se questa lettura è corretta, il patto tra Europa e Canada può costituire il nucleo di una coalizione più ampia di potenze democratiche medie: sufficientemente integrate da resistere alla coercizione, ma abbastanza aperte da non riprodurre una rigida politica dei blocchi. La sua riuscita dipenderà però da una condizione preliminare: che l’Unione smetta di presentarsi come la somma difensiva di ventisette interessi nazionali e cominci a comportarsi come un attore strategico. È precisamente qui che la visione canadese incontra il limite europeo – e dove si deciderà se il nuovo transatlantismo resterà un’ipotesi o diventerà un nuovo equilibrio di potenza.

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

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