Complessità e Memorfosi – Global Trends (16 settembre 2026)

L’evidenza è di un sistema internazionale nel quale guerra, tecnologia, energia e vulnerabilità sociale sono profondamente integrati. La competizione per il potere attraversa simultaneamente territori, corridoi commerciali, infrastrutture digitali, filiere industriali, risorse naturali e istituzioni. Il filo comune è la ricerca di autonomia in un mondo nel quale anche le interdipendenze nate per produrre prosperità stanno diventando strumenti di pressione.

Il Medio Oriente rimane il principale concentratore di instabilità. A Gaza, il recupero di corpi dalle macerie continua ad alimentare interrogativi su possibili crimini di guerra, mentre il rifiuto egiziano di qualsiasi trasferimento della popolazione palestinese segnala che il Cairo considera lo sfollamento non soltanto una questione umanitaria, ma una minaccia diretta alla propria sicurezza e alla configurazione politica della regione. Anche il deterioramento del dialogo ebraico-cristiano denunciato da Papa Leone mostra come il conflitto stia erodendo relazioni religiose e diplomatiche ben oltre il campo di battaglia.

In parallelo, la prevista vendita statunitense a Israele di grandi quantitativi di bombe pesanti ricostituisce le capacità militari israeliane e invia un messaggio di deterrenza all’Iran. La mossa, tuttavia, può allargare ulteriormente la distanza tra la superiorità operativa di Israele e la possibilità di una stabilizzazione politica. L’accusa rivolta alle autorità iraniane di aver commesso crimini contro l’umanità nella repressione delle proteste del 2022, insieme alla denuncia di una nuova stretta ancora più estesa, ricorda inoltre che la tenuta di Teheran dipende tanto dalla proiezione regionale quanto dal controllo coercitivo della società.

Il tentativo del presidente libanese Joseph Aoun di combinare ritiro israeliano, accordo di sicurezza, dispiegamento dell’esercito nazionale e disarmo negoziato di Hezbollah rappresenta uno dei pochi possibili percorsi di de-escalation. È però una sequenza estremamente fragile: richiede concessioni israeliane, garanzie internazionali e la disponibilità di Hezbollah a cedere una parte sostanziale del proprio potere senza provocare uno scontro interno. La posta in gioco è il ritorno del monopolio della forza allo Stato libanese e, con esso, il ridimensionamento dell’influenza iraniana.

Lo Yemen collega invece la guerra regionale all’economia globale. L’offensiva degli Houthi contro obiettivi sauditi, compreso il tentativo di colpire la Mecca, ha generato una condanna ampia da parte dell’Arabia Saudita, del Pakistan e della Lega musulmana mondiale. L’attacco a luoghi sacri internazionalizza politicamente il conflitto e rafforza la legittimità saudita nel mobilitare solidarietà islamica. Ma il rischio più vasto riguarda Bab el-Mandeb: l’espansione dei combattimenti, con quasi 94.000 nuovi sfollati, minaccia una rotta fondamentale tra Asia ed Europa e potrebbe spingere altro traffico intorno al Capo di Buona Speranza, aumentando tempi, assicurazioni e costi logistici. La pressione simultanea su Bab el-Mandeb e Hormuz rende la rivalità saudita-iraniana un fattore sistemico per energia, commercio e assistenza umanitaria.

In Siria, l’abolizione del tribunale antiterrorismo istituito durante l’era Assad e l’annullamento degli effetti delle sue sentenze rappresentano un passaggio importante della transizione. Il nuovo potere prova a smantellare un dispositivo giudiziario centrale nella repressione, ma la cancellazione formale non risolve automaticamente il problema delle responsabilità, delle riparazioni e della ricostruzione della fiducia nelle istituzioni. È un segnale di discontinuità che dovrà essere misurato sulla capacità di trasformarsi in giustizia credibile, non selettiva.

Più a est, l’Eurasia appare come una rete di corridoi contesi. Il rilancio del gasdotto TAPI, dal Turkmenistan attraverso Afghanistan e Pakistan fino all’India, promette diversificazione energetica e rendite di transito, ma resta ostaggio dell’instabilità afghana, della rivalità indo-pakistana e della difficoltà di garantire investimenti e sicurezza. Allo stesso tempo, la Cina e le repubbliche centroasiatiche guardano con maggiore interesse alla via iraniana verso i mercati meridionali. Teheran diventa così un possibile snodo logistico tra Asia centrale, Golfo e Oceano Indiano, offrendo a Pechino percorsi alternativi rispetto alle rotte dominate o vulnerabili alla pressione occidentale. L’infrastruttura non è più un semplice mezzo di collegamento: decide dipendenze, orientamenti diplomatici e distribuzione del potere.

La guerra ucraina sta inoltre saldando le due estremità dell’Eurasia. Il coinvolgimento nordcoreano e l’integrazione crescente tra sicurezza europea e indo-pacifica spingono la Corea del Sud a intensificare i rapporti con l’Europa, senza sostituire l’alleanza americana ma costruendo un’assicurazione contro l’incertezza di Washington. La condanna nordcoreana dei nuovi accordi tra Stati Uniti e Seul sulle risposte a possibili attacchi con armi di distruzione di massa mostra, intanto, quanto il rafforzamento della deterrenza possa produrre ulteriore contro-escalation.

La stessa logica attraversa l’AUKUS. A cinque anni dalla sua nascita, il valore dell’intesa tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito non si misura ancora nei sommergibili nucleari, ma nella capacità di sopravvivere a elezioni, revisioni strategiche e cambi di governo. Poiché le nuove unità diventeranno davvero operative soltanto negli anni Quaranta, Canberra deve costruire prima una capacità di negazione avanzata fondata su sensori, missili, basi, cooperazione alleata e sistemi distribuiti. Anche il dibattito australiano sulla successione al vertice delle Nazioni Unite rivela la volontà di trasformare peso regionale e credenziali multilaterali in influenza globale.

Negli Stati Uniti, l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato conferma che Trump, pur formalmente avviato verso la conclusione del proprio ciclo presidenziale, resta il centro gravitazionale del Partito repubblicano. Parallelamente, la nomina dell’ex ambasciatrice Kristen Silverberg alla guida della Business Roundtable segnala una maggiore compenetrazione tra diplomazia, politica economica e rappresentanza delle grandi imprese. Nella competizione contemporanea, il potere aziendale non è esterno alla politica estera: partecipa alla definizione di commercio, sicurezza tecnologica e relazioni con gli alleati.

L’Europa risponde a questa frammentazione provando a trasformare l’autonomia strategica da aspirazione a necessità operativa. Il discorso sullo stato dell’Unione di Ursula von der Leyen colloca l’UE sotto pressioni convergenti: minaccia russa, incertezza americana, concorrenza cinese, accelerazione dell’intelligenza artificiale e crisi climatica. Difesa, industria, energia e tecnologia vengono così ricondotte a un’unica idea di indipendenza. L’ipotesi di una relazione su misura con il Canada, persino attraverso una formula inedita di associazione, allargherebbe lo spazio strategico europeo oltre i confini formali dell’Unione, creando un’area transatlantica più autonoma nelle materie prime, nella difesa e nelle tecnologie.

Questa ricerca di coesione incontra però contraddizioni interne. La pressione francese per rimuovere il miliardario Alisher Usmanov dalle sanzioni contro la Russia rischia di trasformare un caso specifico in un precedente capace di indebolire l’intero regime restrittivo. Il nodo non è soltanto giuridico: riguarda la capacità europea di mantenere disciplina collettiva quando interessi nazionali e pressioni economiche divergono.

La competizione con la Cina passa soprattutto dalle filiere tecnologiche. La cooperazione tra Lituania e Taiwan nei laser avanzati mostra come un piccolo Stato possa acquisire rilevanza controllando competenze rare. Vilnius inserisce la propria industria fotonica nello “scudo di silicio” taiwanese e converte la pressione economica cinese in una strategia di diversificazione. Taiwan, a sua volta, riduce l’isolamento legando la propria sicurezza a una rete di partner industriali. È una deterrenza per interdipendenza: meno visibile di quella militare, ma essenziale per semiconduttori, materiali e macchinari.

Il salto più esplicito avviene nello spazio, dove Washington riconosce ormai la presenza di capacità offensive americane e le integra nella deterrenza contro Pechino. Cade così il tabù che presentava lo spazio come semplice ambiente di supporto alle operazioni terrestri. Satelliti, reti di comunicazione e sistemi di allerta diventano contemporaneamente bersagli e strumenti offensivi. La conseguenza è una competizione meno trasparente, nella quale attribuzione degli attacchi, soglie di risposta e controllo degli armamenti risultano ancora insufficienti.

Altro grande tema di giornata è l’intelligenza artificiale. Stati Uniti ed Europa divergono sulla regolazione: Bruxelles cerca regole comuni e standard internazionali, mentre Trump e Jensen Huang sostengono che nuove norme rallenterebbero l’innovazione. Sam Altman riconosce la fondatezza delle paure ma chiede fiducia alle imprese, mentre OpenAI sostiene misure bipartisan contro l’impiego dell’AI per minacce biologiche. Ne emerge una contraddizione fondamentale: le aziende chiedono libertà nella corsa tecnologica e, nello stesso tempo, partecipano alla definizione delle salvaguardie contro i rischi prodotti dai loro sistemi. Chi stabilirà gli standard determinerà non soltanto il grado di sicurezza, ma anche quali Stati e imprese potranno accedere ai modelli più potenti.

L’AI è però soprattutto infrastruttura fisica. L’espansione dei data center incontra limiti crescenti nella disponibilità di elettricità e acqua. La coalizione tra grandi imprese tecnologiche ed energetiche punta quindi a rendere flessibile la domanda dei centri di calcolo, riducendola nei momenti di stress della rete. Se questo modello si affermasse, la capacità computazionale verrebbe assegnata non solo in base a capitale e chip, ma alla possibilità di adattarsi ai sistemi elettrici. La geografia dell’AI dipenderebbe sempre più da reti, centrali, acqua, autorizzazioni e consenso delle comunità locali.

La vulnerabilità digitale resta altrettanto concreta. L’intrusione nella piattaforma condivisa del governo giapponese attraverso una falla VPN, con circa 246.000 profili potenzialmente esposti e 23 ministeri collegati, dimostra che la centralizzazione informatica produce efficienza ma concentra anche il rischio. Una debolezza ordinaria e già conoscibile può diventare più pericolosa di una sofisticata vulnerabilità sconosciuta quando colpisce un nodo comune a tutta l’amministrazione.

La neurotecnologia aggiunge un’altra dimensione. Una nuova interfaccia cervello-computer capace di decodificare simultaneamente parola e linguaggio corporeo offre prospettive importanti alle persone con paralisi grave, ma anticipa questioni strategiche su proprietà dei dati neurali, consenso, sicurezza degli impianti e accesso diseguale. Il confine tecnologico si sta spostando dall’analisi del comportamento alla lettura e traduzione dell’attività cerebrale.

Sul piano politico, il quadro resta paradossale. La democrazia arretra in larga parte del mondo, ma le democrazie consolidate conservano nel lungo periodo un vantaggio economico sulle autocrazie. I regimi autoritari possono mobilitare risorse e costruire infrastrutture rapidamente; tendono però a pagare l’assenza di controlli, correzioni e fiducia. La sfida delle democrazie non è dunque soltanto produrre ricchezza, ma trasformare i propri risultati in consenso e dimostrare di saper decidere con sufficiente rapidità. Non sorprende che, in un’indagine globale, la guerra tra grandi potenze sia ormai percepita come il rischio principale: l’ansia collettiva riflette la convergenza tra riarmo, polarizzazione politica e indebolimento della cooperazione internazionale.

Infine, i contributi umanitari mostrano il costo umano di questa crisi sistemica. In Ucraina, oltre mille allarmi aerei nei primi quindici giorni di scuola descrivono una generazione educata nell’interruzione permanente. In Nepal, le inondazioni provocate dal collasso glaciale hanno colpito decine di migliaia di persone e lasciato circa 17.000 bambini bisognosi di sostegno psicologico. Nella Repubblica Democratica del Congo, l’Ebola si estende su un territorio enorme, con migliaia di vittime, infrastrutture insufficienti, insicurezza e risorse inadeguate. Nel Sud Sudan, conflitto, rifugiati provenienti dal Sudan, scarsità di aiuti e un El Nino estremo spingono 7,8 milioni di persone verso l’insicurezza alimentare acuta.

Il significato geostrategico complessivo della giornata è netto: la forza non coincide più soltanto con eserciti e arsenali. È capacità di tenere aperti gli stretti, controllare corridoi e semiconduttori, garantire energia ai computer, proteggere reti amministrative, finanziare sanità e assistenza, conservare coesione politica e imporre standard tecnologici. Il sistema internazionale appare perciò più armato, più interconnesso e meno governato. Ogni crisi locale può propagarsi attraverso una filiera, una rotta, un algoritmo o un’ondata migratoria; e la vera misura del potere diventa la capacità di assorbire questi shock senza trasferirne integralmente il costo alle società più fragili.

Marco Emanuele

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

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