Il Sudan rischia non soltanto l’aggravarsi della situazione umanitaria, ma il cedimento dello stesso sistema internazionale incaricato di contenerla. Le agenzie delle Nazioni Unite avvertono che, senza nuovi finanziamenti, gli interventi di assistenza potrebbero essere ridimensionati nel giro di poche settimane. Il Programma alimentare mondiale dispone infatti di strutture e capacità operative, ma risulta finanziato solo per circa un terzo del fabbisogno.
La dimensione della crisi è straordinaria: 8,6 milioni di sfollati interni e 19,5 milioni di persone in condizioni critiche di insicurezza alimentare. Alla guerra iniziata nel 2023 tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) si sommano siccità, effetti di El Niño e difficoltà nelle rotte marittime e logistiche. In Darfur, l’accerchiamento di città e campi profughi da parte delle RSF accresce la pressione su servizi essenziali già prossimi al collasso.
Il dato centrale è che la fame non costituisce un effetto collaterale isolato, ma una componente della competizione territoriale. Controllare città, corridoi stradali, valichi e accessi umanitari significa influenzare la sopravvivenza delle popolazioni e consolidare il dominio sulle aree conquistate. La frammentazione del Paese tra SAF e RSF rischia quindi di trasformarsi in una divisione di fatto, soprattutto se nessuna delle due parti riesce a conseguire una vittoria decisiva.
Il conflitto mantiene inoltre una marcata dimensione regionale. Il riferimento dell’ONU alle “forze rivali e ai loro sostenitori” richiama una guerra alimentata da interessi esterni: sicurezza del Mar Rosso, accesso alle risorse, reti commerciali e influenza sul Corno d’Africa e sul Sahel. Il Sudan è una cerniera fra Africa subsahariana, mondo arabo e rotte marittime strategiche; la sua destabilizzazione può propagarsi verso Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Libia ed Egitto.
Il possibile collasso dell’assistenza avrebbe almeno tre conseguenze:
- una nuova accelerazione degli sfollamenti, con maggiore pressione sui Paesi confinanti e sulle rotte migratorie verso il Mediterraneo;
- il rafforzamento delle economie di guerra, perché la scarsità rende cibo, carburante e trasporti strumenti di potere e fonti di rendita;
- un indebolimento della diplomazia internazionale, poiché l’incapacità di proteggere i civili segnala alle parti armate che il costo politico della prosecuzione del conflitto resta limitato.
L’allarme delle Nazioni Unite rivela dunque un duplice fallimento: manca una soluzione politica alla guerra, ma stanno venendo meno anche le risorse necessarie per limitarne gli effetti. Il Sudan rimane una delle crisi più gravi al mondo e, al tempo stesso, una delle meno considerate. Il deficit di attenzione non è soltanto mediatico: si traduce in meno finanziamenti, minore pressione sui protagonisti regionali e maggiore libertà d’azione per gli attori armati.
In sintesi, il collasso umanitario rischia di accelerare la disintegrazione politica del Sudan. Senza finanziamenti immediati e una pressione coordinata sui belligeranti e sui loro sostenitori esterni, l’emergenza potrebbe evolvere da guerra civile prolungata a crisi regionale permanente, con conseguenze sulla sicurezza alimentare, sulle migrazioni e sugli equilibri tra Mar Rosso, Sahel e Corno d’Africa.
Fonte: UN News – UN agencies warn humanitarian system in Sudan ‘could collapse
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