La creazione, nel luglio 2026, del National Intelligence Council (NIC) e del National Intelligence Bureau (NIB) rappresenta una delle più importanti riforme dell’intelligence giapponese dal secondo dopoguerra. Tokyo cerca di rendere il proprio sistema più coordinato e capace di rispondere a un ambiente strategico segnato dalla crescita della Cina, dai programmi missilistici e nucleari nordcoreani, dalla pressione russa e dall’espansione delle minacce ibride.
Il NIC, presieduto dal primo ministro e composto a livello ministeriale, dovrà definire le priorità informative nazionali e assegnarle alle diverse componenti dell’intelligence. Il NIB, direttamente collegato al premier, avrà invece il compito di integrare raccolta e analisi. L’impostazione richiama, con poteri più limitati, il sistema statunitense delle priorità informative e l’Office of National Intelligence australiano.
Il problema non è soltanto condividere informazioni
Uno degli obiettivi dichiarati è eliminare le barriere burocratiche che ostacolano la circolazione delle informazioni tra agenzie. Tuttavia, questo problema si sarebbe già ridotto negli ultimi anni.
La sfida più importante riguarda la qualità del ciclo dell’intelligence. I decisori politici devono saper formulare richieste chiare, orientare la raccolta, utilizzare le analisi ricevute e assumersi la responsabilità delle decisioni conseguenti. In passato, il meccanismo giapponese di definizione delle priorità è rimasto relativamente debole, anche per ragioni storiche e istituzionali.
La presidenza del primo ministro conferisce al NIC maggiore autorità rispetto al precedente organismo burocratico guidato dal Chief Cabinet Secretary. La nuova architettura funzionerà, però, soltanto se i responsabili politici saranno disposti a usare informazioni anche scomode, evitando sia di delegare le decisioni agli apparati sia di piegare l’analisi alle esigenze del governo.
Raccolta estera e controspionaggio
Tokyo dovrebbe continuare a rafforzare le proprie capacità di intelligence all’estero, soprattutto nei settori della human intelligence, signals intelligence e counterintelligence. Il Giappone possiede solide capacità tecnologiche e stretti rapporti con gli alleati, ma ha storicamente mantenuto un sistema più frammentato e prudente rispetto ad altre democrazie avanzate.
Il rafforzamento è funzionale anche alla credibilità del Paese nelle alleanze. Una migliore capacità di produrre intelligence autonoma permetterebbe al Giappone di contribuire maggiormente alla sicurezza dell’Indo-Pacifico e di dipendere meno dalle valutazioni statunitensi.
Tuttavia, la fiducia degli alleati non dipende soltanto dall’efficacia operativa. Richiede protezione delle informazioni, chiarezza delle responsabilità e controlli democratici comparabili a quelli delle altre democrazie.
Il vuoto della supervisione parlamentare
La principale criticità è l’assenza di un sistema organico di controllo democratico sull’intelligence. Il Giappone potrebbe ispirarsi ai meccanismi parlamentari britannici o congressuali statunitensi, ma non può limitararsi a importarli.
La supervisione richiede parlamentari competenti, procedure per l’accesso alle informazioni classificate, capacità investigativa e fiducia pubblica nell’imparzialità delle istituzioni. In Giappone, la fiducia nel Parlamento e nei processi decisionali risulta relativamente bassa rispetto alle medie OECD.
Un comitato parlamentare privo di credibilità, risorse o indipendenza rischierebbe di diventare un passaggio formale. Prima di ampliare i poteri degli apparati, Tokyo deve quindi chiarire chi possa controllarne legalità, efficacia e proporzionalità.
La peculiarità del sistema di sicurezza interno
A differenza di molte democrazie avanzate, il Giappone non dispone di un’agenzia dedicata all’intelligence interna. Polizia, controspionaggio e antiterrorismo restano strettamente collegati, con la National Police Agency come principale attore nazionale.
La polizia è sottoposta a un forte principio di neutralità politica ed è supervisionata dalla National Public Safety Commission, organismo amministrativo indipendente. Inoltre, il sistema decentralizzato attribuisce alle forze locali un’autonomia significativa rispetto al governo centrale.
Questa struttura protegge la polizia dall’interferenza politica diretta, ma indebolisce la responsabilità democratica nazionale. La National Police Agency coordina le attività locali senza assumere necessariamente una responsabilità formale per le operazioni compiute nei territori.
I precedenti Abe e delle esportazioni verso la Cina
L’assassinio dell’ex primo ministro Shinzo Abe nel luglio 2022 è considerato il più grave fallimento dell’antiterrorismo giapponese del dopoguerra. Le conseguenze disciplinari interessarono soprattutto i vertici locali della polizia, senza una piena assunzione di responsabilità da parte di politici o burocrati nazionali.
Una dinamica simile è emersa nel caso del 2020 riguardante la presunta esportazione illegale di macchine utensili verso la Cina. La Tokyo High Court ha successivamente stabilito che l’indagine e l’incriminazione erano prive di fondamento ragionevole, ma la responsabilità è rimasta concentrata sui funzionari della polizia metropolitana.
Questi episodi mostrano il rischio di un sistema nel quale le competenze operative sono decentrate, mentre la responsabilità politica e amministrativa resta sfuggente. L’introduzione di nuove norme contro lo spionaggio, senza una revisione dei controlli, potrebbe ampliare i poteri coercitivi senza chiarire chi debba rispondere di errori e abusi.
La prospettiva geostrategica
La riforma risponde al progressivo superamento dei vincoli strategici del dopoguerra. Il Giappone sta rafforzando difesa, sicurezza economica, protezione tecnologica e cooperazione con gli alleati; un sistema d’intelligence più integrato costituisce il complemento necessario di questa trasformazione.
Il nuovo assetto può migliorare la capacità di anticipare crisi regionali, attività ostili, trasferimenti tecnologici e operazioni di influenza. Può inoltre rendere Tokyo un partner più autonomo e rilevante nei rapporti con Stati Uniti, Australia ed Europa.
Resta però una tensione centrale: l’accentramento dell’intelligence presso il primo ministro può aumentare l’efficienza, ma anche il rischio di politicizzazione e insufficiente controllo. La qualità della riforma non sarà misurata soltanto dalla quantità di informazioni raccolte, ma dalla capacità di indirizzarle correttamente, proteggerle e sottoporle a supervisione.
Il Giappone deve quindi sviluppare contemporaneamente capacità operative e responsabilità democratica. Senza un equilibrio credibile tra segretezza, controllo parlamentare e responsabilità della polizia, il nuovo sistema potrebbe non ottenere piena fiducia né all’interno del Paese né tra gli alleati.
La riforma segna il passaggio del Giappone verso un ruolo strategico più assertivo, ma la sua riuscita dipenderà dalla costruzione di un’intelligence non soltanto più potente, bensì anche più responsabile e democraticamente legittima.
East Asia Forum/Yoshiki Kobayashi
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